Migranti picchiate e violentate: «Poi abbiamo visto i nostri figli morire»

Migranti picchiate e violentate: «Poi abbiamo visto i nostri figli morire»
di Laura Mattioli
3 Minuti di Lettura
Lunedì 30 Maggio 2016, 08:15

L'orrore non è racchiuso solo nei numeri, nella desolata conta dei corpi che galleggiano sul Mediterraneo. L'orrore sta negli occhi di chi ce l'ha fatta, di chi ha visto annegare i propri figli alla distanza che un braccio potrebbe raggiungere. Ma non può farlo. L'orrore è negli sguardi dei superstiti che hanno visto ragazzi picchiati e donne stuprate. È sul volto di una bimba di 5 anni che sulla banchina cerca ancora sua madre. I racconti di chi è sfuggito al mare sono l'ennesima sconfitta di un'Europa che non riesce a mettere fine all'orrore nel canale di Sicilia.

Dopo i morti di Lampedusa nel 2013 i leader dell'Unione europea avevano promesso «mai più». Il nostro mare non sarebbe più stata la bara per migliaia di disperati. Ma i numeri dimostrano che nulla è cambiato: 700 morti in tre naufragi solo negli ultimi giorni. «C'erano almeno 40 bambini in acqua e nessuno si è salvato. Il capitano, nonostante le centinaia di persone in mare, li ha abbandonati lì, lasciandoli annegare uno dopo l'altro».

LE TESTIMONIANZE
Hanno raccontato questo i superstiti del naufragio al largo della Libia e approdati a Pozzallo. Chi è riuscito a mettersi in salvo dalla furia delle onde e dalle grinfie dei trafficanti, porta ancora sul corpo i segni delle violenze «Hanno ferite da arma da taglio - raccontano gli investigatori - segni di bruciature e lividi dovuti alle botte prese in Libia. Sono stremati dalla fame e dalla sete».Il loro racconto è un concentrato di disperazione e infamia. «Siamo partiti da Sabratha, in Libia, la notte tra il 25 e il 26 maggio, su due barconi carichi ognuno di 500 persone». Il primo peschereccio accende il motore e punta la prua verso la Sicilia, trainando l'altra imbarcazione con una fune. «Dopo otto ore - raccontano i sopravvissuti - il peschereccio trainato ha iniziato a imbarcare acqua. Abbiamo fatto una catena umana, provando in tutti i modi a svuotare il peschereccio. Cercavamo di svuotare il fondo della barca con una decine di taniche da 5 litri e con le mani».
 
UN INCUBO DURATO DUE ORE
L'incubo è durato un paio d'ore, con il peschereccio che andava sempre più giù. Poi la fine. «Quando la barca era quasi tutta sotto il pelo dell'acqua, il capitano ha ordinato ai passeggeri di tagliare la cima che serviva per trainare». La fune è stata tagliata «e come una fionda ha colpito sul collo una donna. Abbiamo provato a salvarla ma non c'è stato niente da fare: è rimasta sgozzata». «Una volta tagliata la fune - continua il racconto - i migranti che erano in coperta si sono gettati in mare, ma i circa trecento che erano nella stiva sono colati a picco». Alcuni si sono salvati aggrappandosi alla fune del traino .Tutti gli altri sono andati a fondo, insieme ai 40 bambini. Nessuno di loro è stato salvato. Il capitano ha abbandonato la zona e li ha lasciati annegare.E i racconti di chi è sbarcato a Palermo dalla Boubon Argos di Medici senza frontiere non sono meno crudi.

Anche qui le parole narrano di una barbarie infinita subita prima e durante la traversata. Sono scesi in 604 a piedi nudi, uno alla volta, stremati. Tra loro anche una minorenne incinta dopo essere stata violentata quando era ancora in Libia, in una delle cosiddette connecting house, una sorta di fattorie ubicate nelle periferie dei centri urbani, dove i migranti vengono rinchiusi per mesi prima di salpare stipati sui gommoni. «La ragazza è terrorizzata - racconta il medico Giuseppe Termini, direttore del poliambulatorio Palermo - Ora è stata affidata agli psicologi». E a bordo c'era anche H. esausto fino al punto di collassare, ha avuto una crisi nervosa sulla nave. «Quando si è ripreso - racconta l'equipe di Msf - è riuscito a dire solo il suo nome, che ha 16 anni e che ha visto morire un suo amico in mare. Poi ha pianto. Un pianto strozzato, quasi a non voler disturbare».

© RIPRODUZIONE RISERVATA