Totò Riina, ecco l'ultima perizia: «E' ancora pericoloso»

Totò Riina, ecco l'ultima perizia: «E' ancora pericoloso»
di Lara Sirignano
3 Minuti di Lettura
Giovedì 16 Novembre 2017, 18:01 - Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 07:32

«Finché ci sono quei due, finché campano loro, luce non se vede». Parlano due mafiosi. E lo sfogo viene intercettato dagli investigatori. Loro sono Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, capi storici di Cosa nostra. Capi fino alla morte. Ora che Provenzano non c'è più, resta Salvatore Riina. Ancora capo, ancora pericoloso «e in grado - scrive in una relazione il ministero della Giustizia che un anno e mezzo fa gli ha prorogato il carcere duro - di mantenere contatti con esponenti liberi dell'organizzazione Cosa nostra». Chi si occupa di mafia da sempre non ha dubbi sul ruolo che il padrino corleonese, dietro alle sbarre dal 1993, continua ad avere.

LE INTERCETTAZIONI
«Resta il capo riconosciuto di Cosa nostra», spiega Maurizio De Lucia, per anni pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo, recentemente nominato procuratore della Repubblica di Messina. La valutazione di De Lucia arriva dopo la sentenza della Cassazione che, accogliendo il ricorso del legale del boss, ha chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna, che aveva respinto l'istanza di differimento pena per motivi di salute, di motivare più approfonditamente proprio l'aspetto dell'attualità della pericolosità del capomafia. E della compatibilità tra il carcere e le gravi patologie sofferte dal boss. «Che Totò Riina continui a essere riconosciuto dai suoi come il capo dell'associazione ce lo dicono le indagini. Ci sono diverse intercettazioni in cui i mafiosi si riferiscono alla leadership del boss stragista». Ma De Lucia, che la mafia l'ha studiata sul campo per anni, fa anche una considerazione generale sul fenomeno.

LA STRUTTURA
«Cosa nostra, da sempre, esiste - spiega - in quanto esiste la sua struttura che è rimasta quella storica narrata ai magistrati da Tommaso Buscetta. Parlo della mafia con una commissione che sceglie i suoi capi. Non a caso sono anni che le cosche tentano di far risorgere la commissione senza riuscirsi. E l'ultimo capo storico designato dall'organo di vertice è e resta, perciò, Salvatore Riina». Una sorta di riconoscimento di identità collettiva, dunque, che passa attraverso il perpetuarsi delle regole.

Il tribunale di sorveglianza di Bologna che, verosimilmente i primi del mese di luglio, dovrà riaffrontare il caso, si troverà davanti un corposo materiale investigativo da esaminare. Sarà il procuratore generale Ignazio De Francisci, palermitano, una vita nell'antimafia, a dover dimostrare che Riina resta il capo dei capi. Che è ancora, come scrive il ministero nella proroga del carcere duro, «la voce ultima della catena di comando dell'associazione mafiosa». Nel provvedimento si evidenzia in particolare come Riina «servendosi del suo stesso contesto familiare, nel corso degli anni di detenzione, ha mantenuto e rinsaldato il controllo del territorio della provincia di Palermo e riconfermato la sua indiscussa forza intimidatorie». Anche attraverso i figli. Uno, il primogenito, condannato all'ergastolo, l'altro libero dopo una condanna per mafia. Eredi di un destino mafioso che non hanno mai rinnegato «obbedendo anzi pedissequamente agli ordini del padre».

LE CURE
E indubbia è pure la lucidità del padrino, al contrario di quanto accadde per Bernardo Provenzano che una malattia neurologica aveva reso incapace anche di partecipare ai processi. È di due mesi fa un suo intervento al processo sulla cosiddetta trattava Stato-mafia che lo vede imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Allora prese la parola per sconfessare il suo legale storico che aveva dichiarato che il suo cliente era disposto a farsi interrogare in aula. Disteso su una barella, nella saletta delle videoconferenze, in collegamento con la corte d'assise, smentì nettamente il difensore confermando l'immagine del mafioso che con lo Stato non parla. Le sue condizioni di salute alla base della richiesta di differimento pena o detenzione domiciliare sono gravi. «Ma lo Stato assicura a lui come agli altri detenuti cure adeguate», spiega Roberto Piscitello, dirigente generale dei detenuti e del trattamento del Dap.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA