Festa della donna, diritti acquisiti e quote rosa: l'eterno talk show

Sabato 8 Marzo 2014 di Guia Soncini
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Festa della donna, diritti acquisiti e quote rosa: l'eterno talk show
Facciamo finta di aver gi detto le cose ovvie: il diritto delle donne di essere equamente retribuite rispetto alle loro capacit di lavoro, il dovere degli uomini di non ammazzarle di botte, la parit. E saltiamo alla conclusione: cosa ce ne facciamo della festa della donna? Trovare un senso all'8 marzo, in questo secolo e in un Occidente più o meno benestante, non è difficile: è inutile. Dobbiamo essere diventate una squadra di calcio, mentre ero distratta. Solo così si spiega che la questione di genere sia diventata una tifoseria. Otto ministri donne, gongoliamo, fingendo di non accorgerci dell'ascesa al governo della sindrome da talk-show «Mi raccomando, mettiamoci una donna». Più che le donne, saranno grati a Matteo Renzi per le otto ministre i Floris e i Formigli, cui serve una macchia di colore nello studio televisivo.



LA VIOLENZA

Non siamo mai state così bene, davvero. Sì, lo so: il femminicidio. Mio padre non avrebbe mai picchiato mia madre, perché per la borghesia del Novecento picchiare le mogli era un'attività socialmente sminuente: una cosa da bruto proletariato, da Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi, non da professionista stimato. A lui come a tutta la società cui apparteneva sembrava però perfettamente normale, accettabile e persino educativo picchiare i figli, cosa che oggi susciterebbe sdegno in qualunque contesto e conversazione.



Nel frattempo è avvenuto uno slittamento culturale per cui coi bambini è impensabile anche solo alzare la voce. I bambini sono diventati intoccabili, ma prendersela con i più deboli non è un istinto estirpabile dalla natura umana.



E quella cosa cui abbiamo dato l'orrendo nome di “femminicidio” quello è: non il prodotto di una società maschilista, ma la conseguenza della maggior debolezza fisica delle donne. Non si danno casi di culturiste mandate al pronto soccorso da un marito geloso.



I DESIDERI

Non siamo mai state così bene. Abbiamo un sacco di cose che diamo per scontate: diritto di voto, congedi di maternità, assorbenti interni, possibilità di scegliere di non sposarci e non imparare a cucinare, e a disposizione praticamente tutte le possibilità professionali tranne quella di diventare Papa. Tutte cose che non avevamo pochi decenni fa, e che coprono una parte così ampia dei desideri che avremmo espresso se da piccole ci avessero chiesto che diritti volevamo avere da grandi, che non può che scattare il cavillo.



È un meccanismo umano: più marginali sono le cose di cui ti puoi lamentare, più sei determinata a trovarle delle mancanze gravissime. E quindi obiettiamo etichettando qualunque obiezione venga dall'altra parte come “maschilismo”, e qualunque disaccordo tra donne come “Eva contro Eva” (che però non era la storia di un battibecco a un pigiama party: era un grandioso film sull'ambizione professionale, da cui anche i maschi avrebbero molto da imparare).



Se il giorno del giuramento del governo i commenti su Twitter e Facebook erano perlopiù sui vestiti delle ministre, non è maschilismo se erano commenti di uomini, né tradimento della causa femminista se a criticare l'abbigliamento erano donne.



L’ABBIGLIAMENTO

Primo: cos'altro si sarebbe dovuto commentare? L'unica notizia erano i vestiti (brutti: ma non eravamo la patria degli stilisti? Com'è possibile che Michelle Obama si vesta meglio delle nostre ministre?).

Secondo: non è sminuente parlare di vestiti. La moda è un'industria che muove miliardi, e la più seria delle frivolezze. Si parla di quello delle donne perché l'abbigliamento maschile è noiosissimo, e se ne parla come per gli uomini si parla dei giocattoli loro, che siano squadre di calcio o altro. Non ho mai visto un uomo di potere sentirsi depotenziato da un commento sul suo essere tifoso.



Ma forse per gli uomini valgono altre regole. Delle quali chiederei cortesemente l'applicazione anche al dibattito sulle donne. Non mi pare che nessuno abbia argomentato che Matteo Renzi non avrebbe dovuto prendersi il posto di lavoro di Enrico Letta per solidarietà di genere. Cominciamo da lì, invece che dalla lobby dei venditori di mimose. Ultimo aggiornamento: 14:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA