MATTEO SALVINI

La politica non brandisca il rosario ma la Chiesa non faccia politica

Lunedì 20 Maggio 2019 di Mario Ajello

Una torsione che non promette nulla di buono. Quella di una politica incapace di darsi forza da sé, perfino da parte di chi sembrava il più lanciato in questa campagna elettorale ma ora dà segni di appannamento.
Ossia Salvini, che si aggrappa al rosario, al crocifisso e alla Madonna che «ci farà vincere le elezioni». E quella di una religione che, a contrasto, si fa soggetto politico e funge da opposizione attiva e insieme da cassa di risonanza, da megafono e allo stesso tempo da strumento della melassa del politicamente corretto. Che spesso con il cattolicesimo non c'entra, anzi lo ha sempre avversato, ma quando il gioco si fa duro saltano - appunto - tutti gli steccati.

​Salvini con il Rosario sul palco, il Vaticano: «Dio è di tutti, invocarlo per sé è pericoloso»
 

LA REGRESSIONE
Insomma non c'è nulla di più fuorviante che parlare di Dio, lo fa Salvini e lo fanno i suoi oppositori porporati e no, semplicemente perché serve in campagna elettorale. E impressiona ancora di più questa regressione verso un passato quarantottesco - anche se allora la Chiesa non era a sinistra e la sinistra non era con la Chiesa - proprio per il voto europeo. A dispetto del fatto che uno dei tratti più importanti della cultura di questo continente è rappresentato dalla differenziazione tra religione, morale e politica. Ma niente, il derby Salvini-Parolin, quello tra l'improbabile Immacolata lumbard che tifa per i sovranisti di piazza del Duomo e Avvenire-Civiltà Cattolica-Famiglia Cristiana (che denuncia e sconfessa la categoria addirittura del sovranismo feticista), simboleggia la neo-politica che si fa vetero e paleo e certifica a pochi giorni dal voto l'esistenza di un bipolarismo, anche interno al mondo cattolico, tra chi parteggia per Salvini e chi per Bergoglio. Lasciare la fede fuori dalla politica, no?
Salvini che fa la classifica dei pontefici da adorare e di quelli da rinnegare - Wojtyla e Ratzinger tra i primi, Francesco nella black list - finisce malamente per eccitare, e non da adesso, tutto il mondo di sinistra, anche tutt'altro che religioso, anzi spesso laico o laicista. Quello che orfano delle ideologie si converte al bergoglismo («Una sola grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa», recita il celebre ritornello di Jovanotti), come se si trattasse dell'ultimo appiglio e dell'unica agenzia politica ancora sfruttabile. Il che è una tendenza che segnala non soltanto la crisi di quella parte politica (e quel che è peggio dell'intera cultura civile), ma rappresenta anche una pericolosa tentazione per la Chiesa cattolica. Che in molti casi fa da controcanto al governo, come si è visto in maniera plateale nella vicenda del cardinale elemosiniere del Papa che in nome di un solidarismo combat va a riaccendere la luce agli occupanti abusivi al centro di Roma. Dividendo il campo politico tra chi è a favore del blitz vaticano e chi è contro. Mentre non solo Camillo Benso di Cavour ma anche Arturo Carlo Jemolo o Benedetto Croce si rivolterebbero nella tomba. Per non dire della pessima impressione che avrà fatto a loro nell'aldilà, e fa a tutti i residui liberali nell'aldiquà, il Salvini neo-crociato - di un cattolicesimo tutto suo - che chiede al cielo l'aiuto per vincere la sua battaglia.

LE GRIDA DA STADIO
Invece di lasciare la fede fuori dalla contesa, tra attacchi, reazioni e grida da stadio (quelle dei progressisti incapaci di battere la destra con argomenti e proposte autoctone) la si strumentalizza da tutte le parti. E ha ragione, riguardo al protagonismo ecclesiastico, il sociologo bolognese Sergio Belardinelli che - nel libro appena pubblicato con Angelo Panebianco: All'alba di un mondo nuovo, Il Mulino - scrive: «Quando una religione mira direttamente a produrre effetti sociali, politici o economici di qualsiasi tipo, avvertiamo che questo non si addice a una società dove le cose di Cesare sono distinte da quelle di Dio; avvertiamo altresì che il discorso religioso si appesantisce di analisi mondane, per loro natura discutibili, che finiscono per trasformare i leader religiosi in leader politici».
Salvini non lo sa, perché gli manca la coscienza della storia (ha dato qualche esame ma non è riuscito a laurearsi in questa disciplina) e perché le difficoltà di questa fine campagna elettorale sembrano avergli tolto lucidità, ma la forzatura neo-confessionale della sua propaganda rischia di far somigliare l'Europa fondata sul liberalismo a un Sudamerica fuori luogo e fuori tempo. In cui, naturalmente, Bergoglio si trova a suo agio ma non è di questo che ha bisogno il vecchio continente. Specie ora che deve ridefinire se stesso, invece di tornare indietro o di cambiare - in peggio - la propria collocazione geo-politica.
 

Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 12:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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