Prodi: «In Italia vedo troppi solisti, serve un leader che unisca»

Venerdì 9 Agosto 2019 di Mario Ajello
Professore, compie 80 anni. Festeggia con la sua tribù?
«Si festeggia una volta all'anno. E ho già festeggiato i 50 anni di matrimonio».

Quindi, niente?
«Gli 80 anni sono per me oggetto di riflessione».

Si possono avere 80 anni in molti modi. Quello nostalgico, quello recriminatorio, quello improntato alla serenità...
«La mia è senz'altro la modalità numero tre. Con il riconoscimento che siamo stati una generazione fortunata. Io studiavo a Milano, e lì mi sono laureato nei primi anni 60 alla Cattolica in giurisprudenza con l'economista keynesiano Siro Lombardini, e non c'era dubbio, tra di noi, che Milano avrebbe superato New York».

Così non è stato?
«Avevamo l'idea che l'Italia e il mondo sarebbero diventati migliori, che ci sarebbe stato uno sviluppo senza sosta. Siamo stati una generazione fortunata, perché avevamo questo tipo di convinzione».

Quindi il suo attuale approccio sereno è una sorta di eredità genetica?
«Certamente. Non riesco ad essere del tutto pessimista».

Neanche preoccupato?
«Questo, sì. La società che pensava di diventare migliore di New York non solo non lo è diventata ma oggi ha paura di tutto. L'idea di Ulivo e l'idea di Europa sono state eredi e espressioni del mio ottimismo personale e generazionale. Nonostante tutte le difficoltà, c'era l'idea che con l'Ulivo si potesse cambiare l'Italia e che con l'Europa possa cambiare il mondo. Quest'ultima speranza mi è rimasta».

Gli anziani spesso si abbandonano alla deprecatio del presente. Lei griderebbe mai: o tempora o mores?
«Ma figuriamoci. Il problema è quello di diventare anche noi protagonisti del cambiamento, non demonizzarlo. Io credo che se riusciamo ad essere uniti in Europa possiamo ancora partecipare alle grandi trasformazioni del mondo. Abbiamo però poco tempo per imparare a guidare anche noi le innovazioni in corso. Gli artefici del cambiamento per ora sono americani e cinesi».

Dica la verità, non si sente un po' smarrito in questo tempo in cui le categorie a cui era abituato - la forza della cultura o lo spirito di solidarietà - sembrano venire meno?
«Smarrito? No. Perché leggo, scrivo, cerco di capire. Sono curioso come una scimmia».

Anche le scimmie possono sentirsi spaesate.
«Non è il mio caso. Ogni cosa che accade attira la mia attenzione. Pensi che io, al contrario, di molti coetanei sono uno che non rilegge i libri della gioventù o della vita. Tranne quando servono».

Esempio?
«Tucidide. Ho appena riletto la Guerra del Peloponneso, per vedere se davvero vi è una similitudine tra Atene e Sparta - l'una come potenza arrembante e l'altra come forza stabilizzata - e la Cina, arrembante, e gli Stati Uniti, stabilizzati. E mi auguro che stavolta le cose finiscano in maniera diversa: cioè con la pace e non con la guerra».

Ciò non significa però non essere spaesato o non sentirsi superato.
«Spaesato vuol dire rompere i rapporti. Io li coltivo. Con gli amici di sempre a Bologna e nel resto d'Italia, con gli studenti, con i vicini di casa, con i colleghi politici, con i leader, soprattutto stranieri. Negli ultimi 15 giorni ho avuto incontri con giovani che mi spiegano le innovazioni tecnologiche. Persone intorno ai 30 che hanno nel sangue il cambiamento. Cerco di capire da loro e con loro le conseguenze sociali e globali di ciò che sta accadendo. Quanto agli aspetti tecnici delle innovazioni, mi astengo: quelli non li capirò mai».

E che cosa sta capendo?
«Che la prima conseguenza di ciò che sta accadendo è l'aumento delle diseguaglianze. Abbiamo contribuito a creare la globalizzazione, che è stato un fenomeno positivo, ma non siamo stati capaci di liberarla dall'aumento delle diseguaglianza. La chiave del futuro è avere coscienza che un cambiamento così iniquo non può durare all'infinito».

Non teme che questa sia una preoccupazione figlia soprattutto della sua cultura di base, del suo cattolicesimo democratico?
«No, è una grande preoccupazione generale, mondiale. Poi ci sono le preoccupazioni europee. La prima è il crollo demografico. Mi fa particolarmente impressione perché significa sfiducia nel futuro».

E l'Italia?
«La fuga di molte delle energie migliori è il problema più serio. La differenza tra il mio dopo laurea e oggi è anche in questo. Pure noi andavamo all'estero, a studiare e a fare esperienze, ma sapendo che ci andavamo per poi tornare in Italia. E la speranza di tornare c'è sempre stata nei nostri emigranti. La molla di un Paese è la fiducia e noi la stiamo perdendo».

Non teme, come accade a molti anziani, specie se intellettuali, di diventare un trombone?
«Oddio, spero di no. Anche se non si sa mai. Io posso salvarmi da questo, perché cerco di suonare poco e sempre in orchestra».

In politica, non sarebbe stato meglio se avesse fatto di più da solo, senza ascoltare troppo i partiti di sinistra in guerra tra di loro e contro di lei?
«Rifarei quello che ho fatto. Il problema dell'Italia è cantare in coro, non avere dei solisti. Ce ne sono anche troppi. E come vediamo in queste ore, non leggono nemmeno lo stesso spartito. A questo punto, mi viene in mente la Prova d'orchestra di Fellini. Crisi o non crisi, andando avanti così non si va da nessuna parte».

La ferita politica che le sanguina ancora è quella dei 101 pugnalatori sulla via del Colle?
«Non è una ferita. Avevo fatto bene i miei conti e sapevo di non avere possibilità. Naturalmente qualche sorpresa c'è stata, perché i no sono stati più del previsto. Nella mia vita politica non ho mai ricevuto sconfitte a causa degli avversari, ma sempre da parte degli amici».

Lei e la classe dirigente di cui fa parte non avete cambiato l'Italia. La delusione è fortissima?
«Non provo delusione, prendo atto. Nel mio privato sono felice e tranquillo. Per quanto riguarda la sfera pubblica, sono preoccupato perché alla speranza collettiva si è sostituito un messaggio per illudere l'oggi e non per preparare il domani».

Lo vede che in fondo è pessimista?
«Il pessimista pensa che le cose non cambino. Io invece constato i cambiamenti ma ne vedo anche le tante criticità. Oggi credo che in Italia, per rendere concreta una speranza collettiva, occorrerebbe un leader morale non necessariamente politico. Servirebbe qualche grande pensatore, qualche grande scienziato, una figura nella quale riconoscersi».

Uno che unifica?
«Sì. Perché la società si è radicalizzata troppo. Quando vado in giro, tantissima gente mi abbraccia e dice di rimpiangere il passato. Ma tanti mi insultano. Né l'una né l'altra cosa accadevano negli anni scorsi. Perciò dico che ci vuole qualche figura che unifichi, che impersonifichi l'intera società».

Lei, da ottantenne, prega più di prima?
«Se mi sta chiedendo se il senso religioso agisce in me con più profondità di prima, le rispondo di sì».
  Ultimo aggiornamento: 12:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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