GIUSEPPE CONTE

Siri, Conte: «Se devo mandarlo via lo farò»

Sabato 27 Aprile 2019
Siri, Conte: «Se devo mandarlo via lo farò»
Fino al possibile faccia a faccia tra il premier Giuseppe Conte e il sottosegretario indagato Armando Siri, la politica italiana sarà scandita dalle mosse della partita a scacchi in corso tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un gioco di mosse, contromosse, bluff andati a segno o falliti.

Nel mezzo, il presidente del Consiglio, che ieri dalla Cina rivendica, con una certa nettezza, la sua autonomia decisionale rispetto ai due alleati. La conclusione della vicenda, in teoria, è apertissima e Salvini, anche in queste ore, tiene fermo il punto sulla permanenza del sottosegretario nel governo.
Ma l'impressione è che, nel borsino dei finali possibili, alla fine prevalga l'allontanamento dell'esponente leghista. Il punto è vedere con quali modalità. Non a caso ieri nel corso di un comizio Di maio ha sottolineato che «la difesa delle istituzioni è un buon motivo per litigare».

Decisivi, comunque, potrebbero essere i primi due giorni della prossima settimana. Conte, dopo essere rientrato dalla Cina, dovrebbe vedere il sottosegretario ai Trasporti nella giornata di lunedì anche se non si può escludere un rinvio dell'incontro. Poi, martedì, il premier e i due vice si recheranno a Tunisi per il vertice intergovernativo tra l'Italia e il Paese nordafricano. Ed è nelle more di questa missione che potrebbero, lontano dai riflettori, intavolare il confronto chiave per sciogliere il rebus Siri. Anche perché, alle 21 dello stesso giorno, dovrebbero ritrovarsi tutti al tavolo del Cdm e lì il premier assumerà comunque l'iniziativa.
LO SCONTO
Conte, per ora, non si pronuncia. Ma, dalle sue parole torna a filtrare l'intenzione di non fare sconti. «C'è una dimensione umana che non trascurerei ma quando riassumerò la posizione del governo la considerazione umana non potrà essere determinante. C'è un percorso di razionalità», sottolinea da Pechino lavorando, come suo solito, di fioretto: «Ieri ho parlato con Siri, gli ho detto che partivo per la Cina e non potevamo vederci. Mi sono scusato, perché c'è anche l'aspetto umano», sono infatti le parole di Conte.
C'è un punto, però, che il capo del governo tiene a precisare: la sua decisione «non verrà turbata» né dal M5S né dalla Lega. E, forse non a caso, Conte corregge subito, nel corso dei suoi incontri in Cina, un suo potenziale lapsus, quando citando Di Maio lo stava per definire «presidente. Non solo: «Se mi dovessi convincere della necessità dell'allontanamento di Siri non ci saranno alternative», avverte Conte.
Tra il premier e Salvini nelle ultime ore non c'è stato nessun contatto, spiegano fonti della Lega, escludendo nettamente che Siri possa essere portato dal vicepremier alle dimissioni. Anzi, le stesse fonti individuano nel «bombardamento del M5S una forma di pressione su Salvini, per provocare in qualche modo una sua reazione.
Eppure, fonti di maggioranza spiegano come, alla fine, un accordo tra Conte e Salvini per trovare una exit strategy alla fine potrebbe esserci. Mettendo il leader della Lega nella posizione di chi, in qualche modo, «subisce» la decisione del suo presidente del Consiglio e non concorda, ma, allo stesso tempo, non strappa provocando una crisi.
Anche perché, dopo lo scontro in Cdm del 23 aprile, il vento pro-crisi si è abbassato. E, forse anche per questo, il M5S alza il tiro, cavalcando le parole di Roberto Maroni che ieri, dalle pagine de La Stampa, lancia l'allarme sul coinvolgimento di Francesco Arata, assunto da Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi, nell'inchiesta. È quello, per l'ex ministro dell'Interno, il punto della questione. Un punto che vede coinvolto quello che sarebbe il vero bersaglio di Di Maio: il sottosegrtario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Non a caso anche ieri il vicepremier pentastellato ha fatto sapere di fidarsi di Salvini ma «meno di chi gli sta intorno».
Diodato Pirone
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