Shoah, fu il guardiano del lager di Stutthof: ora le vittime per lui chiedono clemenza. «Deve essere perdonato»

Venerdì 17 Luglio 2020 di Alessandra Spinelli
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Il signor D., Bruno D., ha 93 anni, avanza su una sedia a rotelle e si copre il volto con cartelline colorate, a volte rosse, a volte verdi, a volte gialle. Si presenta così di fronte alla corte dei minori di Amburgo, una situazione decisamente paradossale, perché i reati che gli vengono contestati, lui li ha commessi quando aveva appena 17-18 anni. Era una giovane Ss ligia al suo lavoro di guardiano del lager di Stuthof, in Polonia, a 35 chilometri da Danzica, un campo di sterminio dove per primi furono rinchiusi gli intellettuali polacchi e poi gli ebrei: per questo è accusato di complicità nell’uccisione di 5.230 internati, di cui oltre 5000 per le condizioni inumane nel campo di concentramento, circa 200 nelle camere da gas e 30 con colpi di arma da fuoco alla nuca. La Procura ha chiesto una condanna a tre anni di carcere. Ma, a sorpresa, gli avvocati delle vittime ora hanno chiesto clemenza. O meglio deve essere riconosciuto colpevole, ma non va mandato in carcere data la sua età. «Deve essere perdonato», ha detto l’avvocato Markus Goldbach, a nome del suo cliente, un ex internato che ora vive in Israele. Un altro legale, Mehmet Daimaguler, ha riferito che i suoi clienti auspicano una pena con la condizionale, in modo da risparmiare il carcere all’anziano.


 

IL COLPO DI SCENA


Un colpo di scena notevole: in quell’aula di tribunale si è chiesto alla Storia di piegarsi alla pietà per un uomo ormai anziano, che per 75 anni, così hanno assicurato i suoi legali ha condotto una vita irreprensibile. La parola ora passa alla difesa: lunedì anche l’imputato potrà rendere le sue dichiarazioni finali. La decisione del giudice è attesa per giovedì. Bruno D. è stato guardiano del lager di Stutthof, fra l’agosto 1944 e l’aprile 1945, dopo essere entrato nelle Ss. Per quel campo di concentramento e di sterminio subito dopo la Guerra furono eseguiti sei processi: i primi portarono a delle esecuzioni sbrigative e propagandistiche. Ora questo nuovo processo.

L'ACCUSA


La Procura, nell’udienza di aprile scorso, lo ha accusato di essere “un ingranaggio nella macchina del delitto e che era a conoscenza delle circostanze” e di “essere stato in grado di contribuire all’esecuzione degli ordini di uccisione”. Nella sua requisitoria la pubblica accusa Mahnke ha sottolineato che Bruno D. aveva “chiaramente identificato” l’entità del male, aveva “volutamente guardato altrove nei momenti decisivi”. La conclusione del pubblico ministero era stata durissima: “In una situazione del genere non basta voltarsi e aspettare la fine”, anzi è “la lealtà nei confronti dei criminali” che deve terminare. La sua condizione non era quella di una persona obbligata ad “eseguire gli ordini” in una situazione d’emergenza, ma quella di aver “contribuito all’assassinio” di migliaia di persone.

LA TESTIMONIANZA


All’inizio dell’udienza, la giudice Anne Meier-Goering ha fatto leggere le dichiarazioni di un’ex detenuta, Marga Griebach, oggi 92enne, che racconta di come venisse ogni volta presa dal terrore al momento della selezione nei campi e di come abbia dovuto salutare per l’ultima volta il fratello minore di 11 anni, che poco dopo finì gasato ad Auschwitz.“Guardando indietro, non riesco a capire come io abbia potuto sopravvivere a tutto questo: Stuthof era l’inferno in terra”.

Ultimo aggiornamento: 21:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA