La morte di Lambert, comunità divisa tra «diritto riconosciuto» e «sconfitta per l'umanità»

La morte di Lambert, comunità divisa tra «diritto riconosciuto» e «sconfitta per l'umanità»
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Giovedì 11 Luglio 2019, 12:22 - Ultimo aggiornamento: 12:46

«Non voglio spendere parole sulla vicenda, ma far pensare tutti i cittadini a quanto sia utile ed importante avere un documento scritto, un testamento biologico o delle disposizioni anticipate di trattamento, dove un cittadino può scrivere come essere curato, scegliere di non essere curato o esprimere la volontà di rimanere in stato vegetativo». Lo ha detto  Mina Welby, co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni e membro dei Radicali Italiani, commentando la notizia della morte di Vincent Lambert, l'ex infermiere di 42 anni che si trovava in stato neurovegetativo da circa 11 anni. «Le persone lo devono lasciare scritto - ha continuato Welby -, in questo modo non succederanno più queste diatribe con la giustizia e le discussioni tra parenti. Tutto questo protegge la persona e la famiglia, è la cosa giusta da fare. È questo ciò che possiamo imparare dalla vicenda di Vincent Lambert», ha concluso.

«È stato applicato a un disabile non terminale un percorso di sedazione palliativa profonda continua, non una eutanasia - ha aggiunto Maria Antonietta Farina Coscioni, fondatrice dell'Istituto Coscioni - . Mi è tornato in mente il messaggio che ci aveva lasciato Marina Ripa di Meana, che con quel
fatelo sapere ha coinvolto tutti, dicendo che la sedazione palliativa profonda è un modo per poter attenuare dolore e sofferenza ed andarsene senza angoscia». «La non terminalità della condizione - ha continuato - ha creato anche quel conflitto all'interno della famiglia. Io credo che in questo caso si debbano evitare contrapposizioni ideologiche, speculazioni e strumentalizzazioni. Non si tratta di un torneo dove si scontrano due tifoserie opposte». Coscioni ha aggiunto: «Mi preme dire che in Italia esiste un testo di legge presentato in Senato a firma del senatore Andrea Marcucci. L'Istituto Luca Coscioni vuole allargare la platea dei beneficiari delle cure palliative e della terapia del dolore, che andrebbero garantite in Italia affinchè non si debba ricorrere a soluzioni drastiche», ha concluso.

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«Di fronte alla morte di un uomo resta il raccoglimento, la preghiera e la carità di condividere il dolore con chi piange un proprio caro o amico che non è più visibilmente presente. Ci stringiamo con rispetto e affetto attorno alla famiglia Lambert e alla grande famiglia della Chiesa francese di cui Vincent è un figlio amato». Lo ha detto il professor Roberto Colombo, docente della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita della Città del Vaticano,  «Ma quando la morte non è naturale, ma intenzionalmente provocata da mano d'uomo - ha continuato Colombo -, allora non si può tacere. Non si deve tacere né mettere a tacere la nostra coscienza. Vincent non è morto questa mattina a causa della sua malattia. Un giorno sì - non sappiamo quale - la patologia muscolare e cerebrale di cui era affetto questo disabile motorio e comunicativo avrebbe posto fine alla sua vita terrena. Ma fino all'inizio del protocollo eutanasico, dieci giorni fa, era clinicamente stabile e niente affatto in fin di vita. È stata la privazione di idratazione e nutrizione, applicata in sedazione profonda del paziente, a condurlo alla morte», ha affermato il professore.  «Tutto questo è clinicamente chiaro, evidente ai medici specialisti. A tutti: sia quelli che hanno voluto e praticato l'eutanasia omissiva perché hanno ritenuto che fosse nell'interesse di Vincent e di alcuni membri della famiglia, sia ai medici che si sono detti contrari a questo atto, ritenendolo inaccettabile professionalmente ed eticamente. Non vi sono ragioni cliniche incomprensibili od oscure dietro a questa morte. È un atto non degno della medicina e umanamente aberrante».

«Perdonaci Vincent! Quello che ti hanno fatto è disumano: 8 giorni senza bere e mangiare. E dicevano che non avevi la forza di vivere. 8 giorni di attaccamento alla vita. Disperatamente. Preghiamo per te, per i tuoi genitori, per chi ha deciso che dovevi morire e per noi che non siamo riusciti a salvarti da questa cultura di morte e di scarto. Perdonaci Vincent!». È il post su Facebook dell'associazione Papa Giovanni XXIII.

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