Roma, detenuto tenta di violentare l'avvocatessa nella saletta colloqui del carcere di Rebibbia

Martedì 10 Dicembre 2019 di Adelaide Pierucci

Ha tentato di violentare in carcere la sua avvocatessa. È approdato ieri in aula, a piazzale Clodio, un caso di violenza sessuale senza precedenti. L'imputato, un carcerato. La vittima, una penalista. E il posto dello stupro sfiorato, una sala colloqui di Rebibbia. Era il 28 settembre 2017 quando Tonino M., 36enne romano pusher e all'occorrenza ladruncolo, ha dato una virata alle sue pretese sul suo difensore d'ufficio. Accantonando ogni freno inibitorio e le smancerie riservate in altre occasioni ha dato sfogo alla violenza più becera, e si è abbassato i pantaloni per violentarla. Così mentre stava dietro le sbarre per un giro di spaccio si è ritrovato accusato anche di violenza sessuale con relative aggravanti. Quando gli agenti della polizia penitenziaria hanno sventato l'abuso, entrando nella saletta, l'avvocatessa urlava in lacrime in un angolo e il detenuto cercava di ricomporsi. «Non ho fatto niente di male», provava a negare lui, mentre un agente gli urlava: «Ma che fai?». Che il tentativo di stupro sia stato commesso non ci sono dubbi. Un altro operante stava facendo capolino da una finestra mentre il collega che passava di fronte alla sala colloqui ha sentito le urla. Era stata la stessa avvocatessa, una penalista di trent'anni, a mettere in allerta gli agenti di polizia penitenziaria: «Uno di miei assistiti usa atteggiamenti sempre più confidenziali. Cerca di baciarmi e allungare le mani. Comincio ad avere paura».

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I CONTROLLI
Un ispettore di turno aveva ordinato di monitorare la sala colloqui. Il poliziotto si è piazzato nell'area esterna dell'istituto di pena pronto per sbirciare attraverso una finestra. «Ci era stato riferito - ha ricostruito di fronte alla corte - di comportamenti particolarmenti lascivi. Quando abbiamo scoperto il tentativo di abuso abbiamo informato la direzione del carcere». Il margine di azione della difesa - l'imputato è assistito dall'avvocato Giampaolo Neri, affiancato da una collega ovviamente è ridotto. Tranne che per un particolare. Il detenuto aveva spedito delle lettere all'avvocatessa. E lei in un'occasione aveva risposto con una missiva fiume, con un carta costellata di fiorellini. Al di là del tono confidenziale la professionista lo metteva in guardia nell'usare atteggiamenti più consoni durante gli incontri. Ma non è tutto. Capita che quando una donna finisce vittima di abusi si scavi nel passato. In questo caso l'aveva già fatto il detenuto stupratore: «Perché hai avuto una storia con quell'altro detenuto»; «Sono questioni personali», si era sentito rispondere. Stesso chiarimento dato in aula prima che il processo ripartisse. Il detenuto focoso accusato di spaccio, ora in carcere per furto, non ha mai avuto misure restrittive per la violenza.
 

Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 08:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA