La battaglia di Stefania: «Hanno sparato a mio figlio di 3 anni e non li temo. La 'ndrangheta ha paura del coraggio delle donne»

Venerdì 23 Agosto 2019 di Maria Lombardi
Stefania Gurnari con il figlio Antonino

«Adesso, mentre parliamo, sono su lungotevere dei Mille, proprio dove hanno sparato a mio figlio». Antonino aveva tre anni e una maglietta bianca, c’era scritto “Il mondo delle favole”, il titolo della recita di fine anno. Doveva uscire da un funghetto, sul palco, e cantare, la mamma e la nonna l’avrebbero applaudito insieme ai fratellini. Ma non c’è stata alcuna recita, quel 6 giugno del 2008. Niente mondo delle favole, a Melito, il comune più a sud della provincia di Reggio Calabria. C’era il sangue di un bambino sul cortile del santuario Maria Santissima di Porto Salvo. «Antonino giocava con altri bambini e io parlavo con mia madre che teneva il passeggino di mia figlia Benedetta di 18 mesi. Abbiamo sentito dei botti, pensavamo ai petardi. Ho visto una persona in bilico su uno scooter, prendeva una pistola che gli era scivolata a terra. Antonino si è appoggiato a me. Basta fare, capricci, gli dicevo. Dai, finiscila e muoviti. Non avevo capito. L'ho sollevato, gli ho toccato la testa, il sangue veniva giù e sporcava le mie mani. Un proiettile l’aveva preso in bocca».

Gli ospedali
Antonino Laganà, quasi quindicenne, ha ancora un frammento di proiettile nella carotide. È rimasto un anno in ospedale: dieci giorni in coma, l’ischemia cerebrale, il trasferimento al Bambino Gesù, dieci interventi. «I medici mi dicevano: signora, deve essere forte. Quando si è risvegliato dal coma, non camminava, non parlava e non mangiava. Non faceva nulla». Stefania Gurnari adesso ha 45 anni, non sapeva allora quanto grande fosse la sua forza di mamma. «Adesso sta bene, comincerà il primo anno delle scuole superiori, all’istituto industriale con indirizzo informatico. Sono orgogliosa di lui, è molto bravo a scuola. Ma quanto abbiamo lavorato per arrivare a questo risultato, gli siamo sempre stati dietro. Quanta sofferenza».
Il ricordo
«Mamma, che cosa è successo? Non è vero che sono caduto. Dopo tre anni Antonino mi ha fatto le prime domande. Io gli avevo raccontato che era stato male per una caduta, ma un compagno di scuola gli aveva detto: tu sei il bambino sparato. La cattiveria ingenua dei bambini. Mio figlio ricordava tutto: c’era un uomo senza testa, ho visto una scintilla arancione». Il killer con il casco, lo sparo. I mandanti dell’agguato, zio e nipote, sono stati condannati in Cassazione a 18 anni di carcere. Non si è mai saputo chi ha sparato. Il bersaglio era un pregiudicato, quella mattina si trovava al bar-chioschetto.
«L'esecuzione doveva essere eseguita in piazza, davanti a tutti. E non importava che quella mattina ci fossero tanti bambini. Non ho mai cercato vendetta, ma giustizia. Sono stata presente a tutte le udienze, non sono fuggita da Melito. Sono rimasta qui a ripetere che bisogna ribellarsi alla 'ndrangheta. L'associazione "Libera" mi è sempre stata accanto. Quando entravo nei bar, le persone sputavano per terra e se ne andavano. Un segno di disprezzo. Minacciata? Mai, sarebbe stato come ammettere che davo fastidio, che rappresentavo un pericolo per loro».
Il coraggio
«Non c'è solo la 'ndrangheta a Melito, i criminali sono una minoranza. La Calabria forgia gente perbene. Se qualcosa cambierà in questa terra sarà solo grazie alle donne. Il coraggio delle donne fa paura alla 'ndrangheta. Una mamma lotta per i figli, non vuole che facciano la stessa fine del padre, del fratello, dello zio. Decide di fargli scoprire la bellezza della vita e della libertà, la bellezza di innamorarsi della quotidianità e non di vivere nel terrore. Per i miei figli desidero che scelgano liberamente cosa fare, Francesco adesso ha 19 anni, ha superato i test per entrare nei carabinieri, vuole diventare ufficiale. Ma desidero anche che le loro origini le portano ovunque nel mondo».
 

Ultimo aggiornamento: 25 Agosto, 18:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA