Coronavirus, Martina, infermiera in terapia intensiva: «Siamo stremati, ho paura di una nuova ondata di contagi: non la reggeremmo»

Domenica 19 Aprile 2020 di Maria Lombardi
Coronavirus, Martina, infermiera in terapia intensiva: «Siamo stremati, ho paura di una nuova ondata di contagi: non la reggeremmo»

«Ho paura per i giorni che verranno, quando si comincerà ad allentare il lock-down. Non vorrei che tornassimo al punto di partenza, una nuova ondata di contagi non la potremmo reggere. Siamo stremati fisicamente e psicologicamente, nei reparti di terapia intensiva ci sono ancora tanti malati Covid-19. Chiedo a tutti: continuate a fare attenzione, a tenere duro anche se arriva la bella stagione e vorremmo uscire e andare al mare». Martina Benedetti, 27 anni,  è un'infermiera del reparto di terapia intensiva dell'ospedale Noa di Massa Carrara.  Un mese fa circa ha scritto un lungo post su facebook al termine di un turno di notte. Ha raccontato del sudore con la mascherina e la tuta, dell'afa che taglia il respiro, dei doppi guanti, svestirsi con la massima attenzione perchè sei infetta e basta un minimo sbagli e si rischia il contagio, raccogliere lacrime e paure,intubare e consolare. Il suo post è diventato virale.

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«La situazione nel reparto è migliorata rispetto a un mese fa, ma non vediamo ancora la luce in fondo al tunnel. In terapia intensiva ci sono ancora persone ricoverate da marzo, la degenza media è di 15 giorni ma non per tutti è così». 

«All'inizio è stata durissima. Da un giorno all'altro mi sono trovata con la vita sconvolta e il lavoro sconvolto. É stato difficile abituarsi ai dispositivi di sicurezza che non avevamo mai usato, non era possibile cambiarli durante le 8 ore di turno e quindi non potevamo mangiare e fare pipì. Ogni manovra con tuta e mascherina risultava più difficile. Adesso un poco ci siamo abituati e ci è stata data la possibilità di fare un cambio durante il turno. Alla lunga, però, è tutto molto pesante. Siamo stanchi. La sera torno a casa pensando: quando tornerà come prima?»

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Lacrime nascoste dalle mascherine, non ci si abitua al dolore. «La sofferenza più grande è la solitudine dei pazienti. Sono svegli, coscienti e non possono stringere le mani dei loro cari. Abbiamo comprato un tablet in reparto e quando possiamo li mettiamo in contatto contatto con i parenti in video-chiamata. Io non reggo, piango e mi nascondo, sono bardata con le mascherine e nessuno se ne accorge».

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E poi la solitudine a casa, «da quasi due mesi non vedo i miei genitori per proteggerli dai rischi. Mi spaventano i giorni che verranno, le prime riaperture. Non vorrei che le persone smettessero di rispettare le precauzioni che ci hanno garantito un decremento dei casi e ripartisse una nuova ondata di contagi. Tornare alla vita di prima subito è impossibile, vorrei che tutti l'avesseo ben chiaro».

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«Sono felice che le persone abbiano finalmente capito cosa fa un infermiere, peccato che ci sia voluta una pandemia per liberarsi da una mentalità sociale vecchia che non dava molta considerazione a questa categoria». Quasi due mesi di Covid, ogni giorno faccia a faccia con il nemico. «La mia vita non saà più la sessa. Non pensavo di avere tanta forza a livello fisico e psicologico. Ho imparato a dire di no, a ribellarmi: ad esempio quando, nelle prime fasi del virus, ci volevano mandare in reparto con mascherine chirurgiche e camici normali. Ci siamo opposti. La paura c'è sempre. L'altra settimana ho fatto gli screening seriologici e in attesa dell'esito del prelievo capillare pensavo: e se mi fossi contagiata? Non è possibile non pensarci».  

 

Ultimo aggiornamento: 14:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA