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Coronavirus, l'infermiera Daniela racconta l'inferno di Lodi: «Un paziente Covid? Muore come un pesce fuor d'acqua»

Daniela Campagna
di Giovanni Del Giaccio
4 Minuti di Lettura
Venerdì 17 Aprile 2020, 08:16 - Ultimo aggiornamento: 11:44

«Sì, lo rifarei, volevo andare in Africa, figuriamoci se non tornerei qui». In realtà da Lodi non se ne è mai andata da quando – alla fine di febbraio – ha scelto di rispondere a un avviso e lavorare in prima linea, nella “zona rossa”, la più colpita d'Italia dal Coronavirus.

Daniela Campagna è un'infermiera di Latina, è partita verso la Lombardia dicendo «vado a vedere cosa c'è» e lì è rimasta. Oggi non usa mezzi termini: «Sono salita per curiosità. Arrivata qui mi sono messa le mani tra i capelli: il punto di passaggio tra il pronto soccorso e l'obitorio».

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È un racconto crudo, in certi passaggi, ma l'esperienza è di quelle per persone forti: «Come muore un paziente Covid? Come un pesce fuor d'acqua». Daniela è assunta da una cooperativa, l'Azienda sanitaria di Lodi si è rivolta all'esterno per l'emergenza e del resto farebbe contratti solo a chi ha partita Iva, mentre con la coop il rapporto si rinnova di mese in mese. «Il primo giorno mi hanno messo in quella che chiamavano area blu, persone con problemi respiratori e il casco, si pensava ancora alla solita influenza ma qui ho scoperto il putiferio». Dall'area blu a quella arancione il passo è stato breve «la stavano allestendo, si lavorava su due turni, dei primi 11 pazienti uno è stato dimesso, poi in poche ore siamo arrivati a 38, un delirio, nessuno era pronto, non eravamo organizzati, a mano a mano ci si è abituati ma eravamo sommersi dai ricoveri».

Riposo? Neanche a parlarne, un giorno in un mese: «Ma nell'emergenza ci sta». Quello che è meno comprensibile è aver gettato nella mischia lei, un'altra collega di Latina e chi ha risposto alla chiamata «senza una visita all'ingresso e nonostante la presenza di positivi, neanche il tampone, però i dispositivi di protezione c'erano tutti da subito». A Latina ha lasciato la famiglia, il compagno, i suoi animali. Sente spesso tutti, c'è apprensione, soprattutto per come è stato all'inizio:«Eravamo ospiti della Asl, dormivo in una camerata che ospitava sei persone dello stesso sesso, ora ho preso un appartamento a mie spese per evitare il contagio». Ci sono stati tre casi positivi tra chi ha condiviso la stanza con lei, ma dello screening ancora nulla: «Sto bene, non ci sono le condizioni per farlo a mio avviso. Ma durante un'epidemia non è possibile stipare sei persone che lavorano in reparti infetti, tutte assieme».

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Non si era preparati, questo sembra palese, e nell'emergenza si è fatta di necessità virtù. «La cosa che terrorizza maggiormente sono le tapparelle abbassate in case al pianterreno abitate da coppie di anziani, il timore è che siano morti tutti». In ospedale, adesso, va un po' meglio: “ sono diminuiti i ricoveri in rianimazione” ma è difficile dimenticare «un uomo con il casco Cpap che ha deciso di rimuoverlo autonomamente ed è morto in un quarto d'ora».

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