«Io li odio i nazisti dell'Illinois»: John Belushi rivive a fumetti

Domenica 25 Agosto 2019 di Nicolas Lozito

Il mondo si divide in due: chi ama John Belushi alla follia, e chi si rovescia sulla sedia a ogni scena in cui appare; e chi ancora non ha l’ha conosciuto. Non c’è alternativa. Anzi, una sì: lo odiano (ma è reciproco) solo i nazisti dell’Illinois, i celebri “cattivi” del film del 1980 Blues Brothers.

Sono passati più anni dalla sua morte per overdose a Los Angeles (37, era il marzo 1982) di quanti lui ne abbia vissuti (33, era nato nel 1949), ma ancora oggi è uno dei personaggi del cinema più venerati: non solo da chi l’ha vissuto “in diretta”, ma anche dai giovani che l’hanno riscoperto. Ci ricorda questo mito Vita eccessiva di John Belushi (Becco Giallo, 172 pp., 17€), biografia a fumetti scritta da Francesco Barilli e disegnata da Lele Corvi. Un volume nostalgico che ricrea un’intervista immaginaria per ripercorrere i momenti migliori e peggiori dell’attore e i suoi personaggi. Belushi è disegnato come fosse una vignetta, a volte nei panni di Bluto da  Animal House, spesso in quelli di Jake “Blues”. Abito scuro, cappello e occhiali da sole. Chiacchiera con gli autori e fa scivolare gli anni vissuti all’estremo in battute rapide. Dall’incontro con Judith, amore di una vita; alle avventure del Saturday Night Live con Bill Murray e ovviamente Dan Aykroyd, amico, spalla e fratello.

È vero, non si scopre molto di nuovo della «breve delirante vita» dell’attore, come l’aveva definita il giornalista Bob Woodward (quello del Watergate) nella biografia caposaldo Chi tocca muore. Però il fumetto, in un’ora di lettura, è un grande tributo per chi, come noi, continua a citare e ricitare frasi cult come: «Ho visto la luce», «Toga! Toga! Toga!», «Le cavallette...», e decine e decine ancora, con personaggi scomparsi che ricompaiano al suo fianco (su tutti, l’abbraccio con Carrie Fisher è il più toccante).

Non solo mito però: il graphic novel affronta il lato oscuro della celebrità, vittima dei demoni della droga. Barilli e Corvi mostrano anche l’ultimo giorno di Belushi, quando il mix di cocaina ed eroina lo uccide. E provano anche a svelare il segreto dell’infelicità del comico: «Noi eravamo figli della generazione successiva a quella di Auschwitz o Hiroshima. Da quelle tragedie era nata solo una pace omologata, quella del ceto medio, dell’hamburger e Coca Cola. Volevo scardinare quelle convenzioni». Risultato: è diventato l’icona della comicità  e del tormento. Un Che Guevara della risata e dell’eccesso.

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