Samuele buttato già dal balcone, il pm: «Omicidio volontario, 18 anni al domestico»

Samuele buttato già dal balcone, il pm: «Omicidio volontario, 18 anni al domestico»
di Leandro Del Gaudio
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Mercoledì 3 Agosto 2022, 07:46 - Ultimo aggiornamento: 14:33

C’era la volontà piena, una intenzione definita dal primo all’ultimo istante di una scena destinata a rimanere scolpita nella memoria di molti. Sì, d’accordo non c’è un movente, non è chiaro - e forse non lo sarà mai a nessuno - per quale motivo ha commesso un atto tanto aberrante, ma in quel momento era lucido e pienamente capace di intendere e volere. Bastano pochi minuti al pm Barbara Aprea, magistrato in forza al pool reati, per chiudere un caso, con una richiesta di condanna decisamente ad effetto: 18 anni di reclusione per Mariano Cannio, il domestico ritenuto responsabile dell’omicidio del piccolo Samuele, il bambino di quattro anni, caduto nel vuoto, dal balcone di casa. 
Una storiaccia, come sempre avviene quando vengono coinvolti bambini e persone inermi. Diciotto anni per il domestico (indicato come bipolare e schizofrenico), che si arrangiava ogni giorno prestandosi come uomo delle pulizie, mostrando un volto affidabile, innocuo, al di sopra di ogni sospetto per il suo carattere mite, per la sua simpatia per i più piccoli.

Bambino morto cadendo dal balcone a Napoli, il domestico: «L'ho lasciato cadere, poi sono andato a mangiare una pizza»


Ricordate cosa accadde meno di un anno fa, in via Foria? Siamo a pochi passi da Caserma Garibaldi, in uno spaccato di case e di edifici discreti, eleganti e antichi. Qui si conoscono tutti, dove anche il crimine - diffuso in zona in tutte le sue forme - è tenuto sotto controllo, grazie a una sorta di rete di mutuo soccorso formata da commercianti, residenti, persone cresciute da queste parti. 

È lo scorso 22 settembre, quando accade l’inverosimile. Un bambino cade dal terzo piano. È Samuele, il più piccolo di una famiglia di commercianti del posto. Poche ore dopo, la notizia che scuote l’opinione pubblica, non solo locale: il piccolo non è caduto per un incidente; era in braccio al domestico, proprio lui, quello con la faccia da bravo ragazzo, che per tutti da queste parti era un tipo affidabile. Viene arrestato dalla polizia, dopo poche ore dal fatto. E, una volta finito in via Medina, offre spiegazioni destinate ad inquadrare le indagini a senso unico: «L’ho lasciato cadere; era in braccio a me; mi parlava di calcio, della partita che aveva fatto, poi ci siamo affacciati al balcone, perché sentivamo voci e... l’ho lasciato cadere». Poi? «Poi, sono andato via. C’era gente per strada, mi è venuta fame e sono andato a mangiare una pizza da quelle parti. Poi sono tornato a casa. Ho riposato. Poi sono uscito di nuovo, ho preso un cornetto e sono tornato a casa».

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Ed è qui che sono arrivati gli uomini della Mobile, agli ordini del primo dirigente Alfredo Fabbrocini. Hanno bussato all’abitazione del domestico, che non ha aperto. Ha giocato d’astuzia. Ha fatto finta di non essere in casa, finendo per mostrare una buona dose di lucidità, almeno agli occhi dei consulenti e degli stessi inquirenti. In sintesi, il domestico è stato stanato con un trucchetto facile facile: i poliziotti gli hanno messo delle bollette sotto porta, fingendosi degli esattori; il tagliando è stato prelevato dall’uomo, ormai convinto di essere fuori pericolo. Finito in cella la battaglia legale si è svolta a colpi di perizia. Per gli inquirenti, è incapace di intendere e di volere; per i difensori - rappresentati dalla penalista Mariassunta Zotti - la storia è diversa: si tratta di un soggetto schizofrenico, come da cartelle cliniche; era seguito dalla Asl, esisteva una terapia a colpi di medicinali, tanto che qualcosa è saltato, è andato storto. Un black out che è costato la vita all’angelo di via Foria, su cui ora dovrà esprimersi il giudice, di fronte a una richiesta di condanna a 18 anni di reclusione per un omicidio bollato, senza indugi, come delitto volontario.

Ma c’è un’altra storia che dovrà essere approfondita, sempre alla luce di quanto emerso nel corso delle indagini della Procura di Napoli. Inchiesta condotta dai pm Vincenza Marra e Barbara Aprea, si punta a capire per quale motivo non erano state segnalate le condizioni mentali - quanto meno critiche - di Mariano Cannio. Ed è nel corso di questo versante investigativo, che è venuto fuori un intero mondo fatto di cartelle cliniche e terapie, che scandivano la vita del 38enne. Era in cura presso la Asl, assumeva farmaci, di fronte a un problema di dissociazione mentale che era chiaro a tutti, ma che non era mai culminato in gesti di violenza o in atteggiamenti in grado di offendere la sua e l’altrui incolumità. Altra questione su cui è logico pensare che ci siano state delle verifiche riguarda la presenza di un tutore, che per legge dovrebbe essere assegnato a chi vengono diagnosticati gravi scompensi di personalità. Una vicenda che ora attende la replica difensiva da parte del legale di Cannio, oltre che l’intervento di parte civile, per conto della famiglia di Samuele, rappresentata dal penalista Domenico De Rosa. Una inchiesta che fa leva sulla capacità del presunto assassino di stare a giudizio, ma anche sulla possibilità di processare un uomo in balìa di una sorta di abisso, inutilmente segnalato da studi e perizie cliniche. 

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