Ryan, morto nel pozzo. Il soccorritore di Alfredino: «Cinque giorni sono troppi, sottoterra si va in ipotermia»

Il caposquadra del soccorso alpino che si calò per primo a Vermicino: "Stiamo pensando di realizzare un robot"

Ryan, morto nel pozzo. Il soccorritore di Alfredino: «Cinque giorni sono troppi, sottoterra si va in ipotermia»
di Valentina Errante
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Domenica 6 Febbraio 2022, 07:36 - Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio, 09:37

«Credo purtroppo che neppure oggi riusciremmo a salvare Alfredino». Tullio Bernabei, lo speleologo che nel giugno del 1981, per primo, si calò nel pozzo artesiano di Vermicino, segue a distanza le operazioni di soccorso per salvare il piccolo Ryan. Oggi come allora era pronto a intervenire: ha detto al capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio che se ci fosse stato bisogno sarebbe volato in Marocco. Ma non sono stati chiesti aiuti. E così Bernabei ha seguito a distanza quest'altra storia così drammaticamente simile a quella di Alfredino, con la paura e il terribile presentimento che neppure Ryan ce la potesse fare.

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Quarantuno anni fa era il caposquadra del Soccorso alpino del Lazio e aveva 22 anni. Quella vicenda ha profondamente segnato e condizionato la sua vita. E oggi fa parte di un gruppo di lavoro istituito presso la Protezione civile per creare un robot che possa intervenire in casi come quelli di Alfredino, Julien, morto in Spagna nel 2019, e Rayan.
Perché oggi con le nuove tecnologie non è possibile un epilogo diverso?
«Purtroppo la considerazione è che non sia cambiato nulla, i soccorsi umani non riescono ugualmente a raggiungere questi bambini. Julien, in Spagna, non sono riusciti a salvarlo. E ora Ryan. In Marocco il tipo di terreno è diverso, il pozzo si trova in montagna, da quello che vedo c'è un versante, e la differenza, da quanto si può capire dalle foto, è che c'è stata la possibilità di scavare ai lati. A Vermicino, la zona era piana e, soprattutto, c'era il peperino, una roccia lavica molto dura. Quindi la trivellazione verticale era lenta. A Vermicino lo scavo è durato meno, solo che, alla quota di collegamento, il bambino non c'era più, Alfredino, 40 anni fa, è scivolato per le vibrazioni. Oggi Ryan non è sopravvissuto perché i soccorsi sono durati troppo.
La tecnologia non può dunque aiutare?
«Certo che può. Lo scorso giugno ne ho parlato con Fabrizio Curcio ed è stato istituito un gruppo di lavoro per progettare un robot che possa intervenire in questi casi. Un prototipo italiano, da realizzare assemblando la tecnologia esistente. Sembra incredibile che si facciano progetti da realizzare sulla luna e si pensi a Marte e non esista una macchina in grado di intervenire in questi casi. Un robot italiano farebbe la differenza, lo avremmo inviato in Marocco. Poteva salvare Rayan. E invece anche questa volta è passato troppo tempo, i soccorsi sono stati troppo lunghi».

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Che tipo di robot?
«Sotto terra si va in ipotermia e 5 giorni sono troppi. Nel sottosuolo c'è la temperatura media del luogo, con umidità del 100%. Nell'area in cui è caduto Rayan dovrebbe essere di circa 10 gradi. Non si può resistere. Il robot dovrebbe essere in grado di prestare anche soccorso. Per questo nel gruppo di lavoro c'è anche un medico, per stabilire quali funzioni debba avere il robot per garantire la sopravvivenza quando il recupero sia difficile. Una macchina in grado di riscaldare e portare sottoterra cibo. Ovviamente tutto dipende dalle condizioni del bambino».
Come mai ha fatto questa proposta adesso a Curcio?
Lei oggi è autore di documentari di altissimo livello, realizzati anche per National Geografhic.
«Da 40 anni porto dentro il fallimento di quel soccorso. E l'idea che oggi correremmo ancora il rischio di perderlo, nonostante da quella tragedia siano nate anche cose buone, come la Protezione civile, è per me insopportabile. Ci penso continuamente, sono ancora in contatto con la mamma di Alfredino. Quella drammatica esperienza fa parte della mia vita, come un momento terribile non cancellabile e mi ha accompagnato in un percorso. Mi sono occupato di sicurezza, continuo a occuparmene: prima ero nel soccorso alpino, oggi ho un dottorato in Protezione civile e gestione del rischio, continuo a dedicarmi a questo settore, per esempio sui terreni di montagna, in relazione all'escursionismo. La gente spesso non ha percezione del pericolo».

 

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