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Fine vita, eutanasia e suicidio assistito: qual è la differenza. Domande e risposte

Come nascono le espressioni che ascoltiamo in questi giorni: da "accanimento terapeutico" a "nutrizione totale"

Il glossario: che differenza c'è tra fine vita, eutanasia e suicidio assistito
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 16 Febbraio 2022, 11:26 - Ultimo aggiornamento: 20:40

Fine vita, eutanasia, suicidio assistito. Non andremo a votare: la Consulta ha dichiarato il quesito referendario inammissibile. Tocca al Parlamento legiferare su questo tema. Ma che differenza c'è tra eutanasia e morte medicalmente assitita o suicidio assistito? Sono spesso usati come sinonimi ma non riguardano la stessa cosa. Il fine vita è una condizione precisa, biologica e che ha poi assunto anche un rilievo politico quando ci si è cominciati a chiedere: quando sopraggiunge la morte? Posso decidere in modo autonomo questo momento? Il fine vita è un'espressione legata al dibattito sui diritti individuali: c'è un diritto di porre fine alla propria esistenza? Introduce quindi il desiderio e la volontà che la morte sia più vicina per porre fine alle proprie sofferenze (malati incurabili). Le altre due parole invece, eutanasia e suicidio assistito, riguardano come ci si approssima a quella condizione di fine vita decidendo in modo autonomo quando far scattare una morte dignitosa. È un tema che riguarda le persone inguaribili, o quelle che sono collegate a macchinari, che hanno bisogno di nutrizione e idratazione artificiali per poter sopravvivere e quindi non possono spostarsi ed essere autonomi. Ed è un tema che suscita moltissime domande ed è diventato popolare: per presentare il quesito alla Corte costituzionale sono state raccolte oltre un milione di firme. 

Fine vita - Non tanto quando inizia o arriva la morte, questa espressione "fine vita" - lo dicono le parole stesse - pone il problema di quando finisce la vita. E quindi se si accettano o rifiutano gli interventi, gli apparecchi meccanici, messi a disposizione dalle scoperte biomediche e biotecnologiche. Il tema emerge negli anni Sessanta con l’introduzione della Rianimazione Cardio-Polmonare per la rianimazione interoperatoria durante un intervento o subito dopo, e in seguito al primo trapianto di cuore umano avvenuto con successo ad opera del cardio-chirurgo Christian Barnard a Città del Capo (1967). Per la scienza, la convenzione vuole che la morte sia fatta coincidere non più con l’interruzione del battito cardiaco, ma con la morte cerebrale.

Eutanasia - L'eutanasia è un atto compiuto da medici o da altri, avente come fine quello di accelerare o di causare la morte di una persona. Per farlo si usano farmaci letali come un barbiturico ad azione rapida che induce il coma e una dose elevata di cloruro di potassio, che determina l’arresto cardiaco. Questo atto si propone di porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o quelli ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile, senza possibilità che un altro altro medico possa, anche temporaneamente, offrire sollievo. Se l'intervento del medico è diretto si parla di eutanasia attiva. Ma c'è anche un'eutanasia passiva o meglio astensione terapeutica: non si tenta il tutto per tutto. Succede quando il medico si astiene dal compiere quegli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa. 

La sospensione delle cure - Se per mantenere in vita una persona servono apparecchi meccanici o la nutrizione totale mediante sonda o flebo, si definisce come sospensione delle cure la decisione di fermare questi interventi, con il risultato della morte dell’individuo (che non avviene sempre in tempi rapidi). C'è un'altra espressione un po' grossolana che si usa in questi casi: "staccare la spina". È una riflessione che si pone quando i trattamenti sanitari vengono giudicati sproporzionati e inutili rispetto al quadro clinico del paziente. In quel caso si parla di "accanimento terapeutico". Ma l'accostamento dei termini terapia e accanimento potrebbe essere fuorviante. In inglese si usa la parola "futility" che indica un'incidenza nulla delle cure. 

Il suicidio assistito - è invece l’atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all’assistenza del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio (si tratta in genere di barbiturici o di altri forti sedativi o ipnotici) su esplicita richiesta del suo paziente e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. A differenza dell'eutanasia non c'è l'intervento diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato. La morte può anche essere causata o accelerata dall’impiego in dosi massicce di farmaci, come ad esempio la morfina o i suoi derivati, somministrati allo scopo di alleviare sintomi come il dolore o la difficoltà respiratoria. In questi casi la morte non è la conseguenza di un atto volontario del medico, ma un effetto collaterale del trattamento. 

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