Le borse delle grandi griffe? Prodotte (in nero) da operai con il Reddito di cittadinanza

Vicino a Napoli è un fiorire di società terziste che impiegano quasi solo dipendenti “fantasma”. Ad affidare loro commesse del tutto regolari marchi come Fendi, The Bridge, Marni, Lancel

Prendono il Reddito di cittadinanza ma lavorano in nero per le grandi griffe della moda
di Antonio Crispino
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Domenica 9 Gennaio 2022, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio, 00:07

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La borsa in pelle che vediamo confezionare in un anonimo seminterrato in provincia di Napoli è esposta nelle vetrine del negozio Fendi di Largo Goldoni a Roma, il cuore dello shopping capitale. È una minibag con chiusura a coulisse da 1.200 euro. C’è l’inconfondibile doppia F con i toni del marrone del marchio nato a Roma (e ora parte del gruppo Lvmh leader mondiale nel settore del lusso) stampata sulla pelle di vitello. Poco prima di entrare in una azienda a Grumo Nevano - accompagnati dai carabinieri - gli operai stavano incollando proprio alcune di queste F e assemblando la preziosa tracolla. La Gi Emme moda, infatti, confeziona per il grande marchio del lusso (e non solo, ha come clienti anche The Bridge, Marni, Lancel) solo alcuni componenti. Lavora in subappalto, con contratto regolare. Ma quel subappalto a prezzi stracciati è stato possibile perché parte della manodopera percepisce il Reddito di cittadinanza e lavora in nero. In pratica, è come se una percentuale di quella produzione la pagasse lo Stato italiano. 

IL MECCANISMO

In provincia di Napoli c’è un triangolo industriale (di cui però non c’è traccia sulla carta) in cui è concentrata una miriade di piccole aziende conciarie e di confezioni. Spesso si trovano in sottoscala o seminterrati di piccoli condomini, difficili da individuare. Negli anni ’80 vissero il boom dell’industria calzaturiera. Non c’era famiglia senza un parente impiegato in questo settore. Poi la crisi con l’arrivo della concorrenza cinese a cui hanno cercato di sopravvivere aggrappandosi al lavoro nero e all’evasione fiscale. Oggi sfruttano la manodopera a basso costo, soprattutto di bengalesi e pakistani che hanno una discreta manualità. E in ultimo è arrivato il reddito di cittadinanza.
Il meccanismo è semplice. Chi percepisce il sussidio di Stato non è interessato ad accrescere il reddito del proprio nucleo familiare. D’altro canto, I titolari delle aziende d’abbigliamento hanno bisogno sempre più di operai specializzati e così arrivano al compromesso: meno soldi in busta paga ma senza contratto, così il lavoratore non perde il beneficio del sussidio statale. Sant’Antimo, Grumo Nevano e Casandrino, il triangolo industriale fantasma a cui facevamo riferimento prima, sopravvive quasi tutto grazie a questo particolare sistema.

LA FUGA 

Nel momento in cui i carabinieri bussano ai cancelli delle fabbriche si assiste a un fuggi fuggi generale. Un laboratorio, videosorvegliato da ogni lato, è al piano terra di una palazzina di tre piani. Sopra abitano parenti e amici di quelli che la gestiscono. Ed è lì che si rifugiano alcuni operai alla vista delle forze dell’ordine accompagnati dagli ispettori del nucleo Tutela del lavoro di Napoli. La fabbrica è molto grande, i banconi sono semi-deserti. Quelli che restano al loro posto sono i regolari. Parte degli altri verranno riacciuffati dai carabinieri poco dopo. Dei 21 presenti dieci sono in nero e 5 percepiscono il sussidio statale. 
«Mia moglie riceve 700 euro al mese di reddito di cittadinanza e io arrotondo lavorando in fabbrica…». «Io percepisco mille euro di reddito e a tempo perso vengo a lavorare». «I nostri genitori hanno il sussidio e non vogliamo farglielo perdere…». «Percepisco 600 euro al mese di reddito devo fare qualche lavoretto per tirare avanti». Sono le loro storie. In altre due fabbriche a pochi metri di distanza lavorano dieci operai, tutti italiani e tutti irregolari. Di questi, quattro hanno il Reddito di cittadinanza. Nella fabbrica accanto si producono scarpe di lusso. Su trenta dipendenti, 25 al lavoro, 12 in nero e quattro con il sussidio di Stato. Se le forze dell’ordine battessero a tappeto tutta la zona non smetterebbero di trovare situazioni del genere. E lo dimostrano i dati del nucleo Tutela del lavoro dei carabinieri comandati da Angelo Piemontese: da inizio anno - solo in questa porzione di territorio che conta appena 60 mila abitanti - su 456 lavoratori controllati 102 lavoravano in nero e in quasi il 30% dei casi si è trattato di persone che percepivano il reddito di cittadinanza e non avevano comunicato niente al Centro per l’impiego. Numeri significativi se si pensa che mancano all’appello quelli delle altre forze dell’ordine. La Guardia di Finanza, ad esempio, si sta concentrando sui falsi contratti di lavoro che spuntano come funghi in questo hinterland. Si tratta di personale che sulla carta risulta assunto ma non è mai andato un solo giorno a lavorare. L’Inps territoriale conta siano poco più di 900. Li hanno scoperti nell’ultimo anno sempre e solo in questa porzione di provincia. Un danno erariale stimato in quasi tre milioni di euro perché in tal modo sottrarrebbero le risorse destinate alla disoccupazione, alla malattia e alla maternità.

L’AMMINISTRATRICE

Come facciano queste aziende a incassare ricchi contratti con i grandi nomi dell’alta moda è presto detto. Enzo è il vero titolare della Gi Emme ma negli estratti camerali l’amministratrice risulta essere una signora di 53 anni di nome Carolina. La chiamano, arriva in fabbrica pochi minuti dopo. È smarrita, non sa dov’è l’ingresso. Non c’è mai stata. È un prestanome. «Siccome Enzo ha problemi con il fisco qualche mese fa mi chiese il piacere di fargli da prestanome in cambio di 200 euro ogni tanto. Era l’unico modo che aveva per aggiudicarsi le commesse di queste griffe» risponde la signora in un italiano lento e premeditato. Ha la terza media e non ha mai lavorato prima. Ma ha un requisito importante per fare affari con i big dell’alta moda: è incensurata, non ha mai preso una multa in vita sua. Di come funzioni l’alta moda non sa niente, sa solo che ogni tanto si deve presentare per firmare delle carte o per stringere la mano ai clienti.

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