Corruzione, giudice rigetta patteggiamento a "re" dell'eoico: «Condotte Nicastri-Arata gravi e allarmanti»

Lunedì 18 Novembre 2019
Corruzione, giudice rigetta patteggiamento a

Le accuse sono di «massima gravità» e la pena non è congrua: con una durissima motivazione il gup di Palermo Walter Turturici ha respinto la richiesta di patteggiamento a 2 anni e 9 mesi presentata dal «re dell'eolico» Vito Nicastri, imprenditore vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro, accusato di corruzione e intestazione fittizia di beni. La Procura di Palermo aveva dato parere favorevole al patteggiamento, anche alla luce della collaborazione di Nicastri nell'ambito dell'inchiesta sulle tangenti alla Regione siciliana per autorizzazioni relative a impianti per le energie alternative.

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Rigettata anche la richiesta di patteggiamento a un anno e 10 mesi fatta dal figlio di Nicastri, Manlio, come il padre accusato di intestazione fittizia e corruzione. Entrambe potranno reiterare l'istanza davanti al tribunale, il 18 dicembre, alla prima udienza del processo che prosegue col rito ordinario.

Insieme ai due Nicastri compariranno davanti ai giudici Paolo Arata, faccendiere ed ex consulente della Lega ritenuto socio occulto di Nicastri e accusato sempre di corruzione e intestazione fittizia di beni, il dirigente regionale Alberto Tinnirello accusato di corruzione e l'imprenditore milanese Antonello Barbieri indagato per autoriciclaggio e intestazione fittizia. L'inchiesta sui Nicastri coinvolse anche il figlio di Arata, Francesco, e il dirigente regionale Giacomo Causarano, entrambi imputati di corruzione, che hanno scelto il rito abbreviato.
 

Le loro posizioni non potranno essere trattate dal gup Turturici che, respingendo i patteggiamenti, si è già pronunciato nel merito della vicenda. Pertanto il giudizio a loro carico si celebrerà davanti a un altro gup ancora non designato. Condannato nei mesi scorsi a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto tra i finanziatori della latitanza del capomafia Matteo Messina Denaro, Nicastri, imprenditore alcamese che ha fatto una fortuna con le energie alternative, è tornato in cella ad aprile insieme, tra gli altri, ad Arata. Da giugno ha cominciato a parlare coi pm svelando i nomi dei protagonisti dell'ennesimo caso di corruzione nella burocrazia regionale siciliana.

Una tranche dell'inchiesta della Dda di Palermo è stata trasmessa a Roma e riguarda una presunta mazzetta che l'ex consulente della Lega avrebbe pagato all'ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri. «Ogni volta che dovevo parlare con Alberto Tinnirello, responsabile dell'ufficio III dell'Assessorato e colui il quale avrebbe dovuto firmare l'autorizzazione, mi rivolgevo al responsabile del procedimento, Giacomo Causarano», ha raccontato Nicastri ai pm Paolo Guido e Gianluca De Leo. Causarano, dunque avrebbe fatto da tramite tra l'imprenditore alcamese e Tinnirello, che doveva rilasciare il permesso necessario a Nicastri per un progetto di due impianti di biometano a Francofonte e Calatafimi. Il prezzo della corruzione sarebbe stato 500mila euro.

«Ho consegnato a Causarano personalmente nei miei uffici 100 mila euro in tranche da 10-12 mila euro, - racconta Nicastri - denaro che secondo quanto riferitomi da Causarano avrebbe dovuto consegnare a Tinnirello». Cinquencentomila euro, dunque, per un sì che avrebbe consentito al re dell'eolico di avere un progetto approvato da rivendere a grosse imprese del settore incassando fino a 15 milioni di euro. E Tinnirello avrebbe risposto con sollecitudine. A Barbieri, invece, si contesta l'intestazione fittizia e l'autoriciclaggio: sarebbe stato socio occulto del re dell'eolico nel 2015 e avrebbe ceduto la sua parte ad Arata per 300mila euro. Il denaro sarebbe poi andato a Nicastri.

Parla di «articolata e prolungata azione criminosa», di «corruzione di pubblici ufficiali inserti negli apparati amministrativi regionali», di infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione grazie ad appoggi politici e di asservimento dei pubblici funzionari agli indagati: più che un'ordinanza con cui si respinge una richiesta di patteggiamento, quella del gup di Palermo a carico di Vito e Manlio Nicastri, imprenditori alcamesi, pare una sentenza di condanna. Nel provvedimento con cui, nonostante il sì della Procura, il giudice ha bocciato la richiesta di patteggiare, rispettivamente, a 2 anni e 9 mesi e un anno e 10 mesi per corruzione e intestazione fittizia dei due Nicastri, il magistrato dà pesanti giudizi sulle condotte degli indagati.

Parla di «sistema», di «gruppo Arata-Nicastri», riferendosi alla società occulta che Vito Nicastri, soprannominato «re dell'eolico» e vicino al boss Messina Denaro, aveva fatto con l'ex consulente della Lega Paolo Arata. Il procedimento nasce da un'indagine su un giro di mazzette pagate dai due proprio per corrompere i funzionari regionali che avrebbero dovuto rilasciare autorizzazioni per la realizzazione di impianti di biometano. Il gup parla di «disvalore delle condotte realizzate», di «trame occulte», di «assoluta indifferenza degli indagati al rispetto della legge» e di «indiscutibile gravità e profondità dell'offesa rivolta ai beni giuridici tutelati». Per tutto questo le pene proposte nel patteggiamento sarebbero «inadeguate ad assicurare l'efficacia della risposta sanzionatoria a fronte di condotte di elevatissimo allarme sociale».

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