Fincantieri, Bono: «Servono 6mila lavoratori e ai giovani non interessa»

Giovedì 11 Luglio 2019 di Claudia Guasco

Nei prossimi cinque anni le imprese italiane offriranno un posto di lavoro a 469 mila tecnici e super periti degli Istituti Tecnici Superiori, ma i candidati non ci sono. A inizio gennaio il bollettino di Anpal (Agenzia nazionale delle politiche attive) e Unioncamere segnalava come il 31% delle aziende riscontri «difficoltà di reperimento» per 1,2 milioni di contratti programmati nei primi tre mesi del 2019, con un fabbisogno insoddisfatto di figure tecniche, scientifiche e ingegneristiche. Un dato impressionante, se si considera che il tasso di disoccupazione giovanile resta stabilmente inchiodato sopra il 30%. Per le aziende è grosso un problema, tanto che l'amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha deciso di far diventare la questione un caso nazionale: «Nei prossimi due o tre anni avremo bisogno di 5-6 mila lavoratori, ma non so dove andarli a trovare», afferma durante una tavola rotonda organizzata dalla Cisl sul lavoro che cambia.
 

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CULTURA MUTATA
Fincantieri, colosso pubblico e big mondiale delle costruzioni navali, cerca «carpentieri e saldatori», lancia l'appello Bono. «Abbiamo lavoro per dieci anni e cresciamo a un ritmo del 10% però sembra che i giovani abbiano perso la voglia di lavorare, ed esorto i genitori a spronarli. D'altra parte, se uno si accontenta di fare il rider a 500, 600 euro... Da noi un lavoratore medio prende 1600 euro: purtroppo mi sembra che abbiamo su questo cambiato cultura». I dati del rapporto Unioncamere confermano: tra i primi trenta profili difficili da reperire, 19 riguardano professioni tecniche in ambito industriale e il disallineamento tra domanda e offerta riguarda il 42% degli operai metalmeccanici ed elettromeccanici. «Sento parlare tanto di lavoro, crescita, infrastrutture, porti, autostrade e aeroporti e penso che noi fra un po' di tempo avremo più università che laureati, più porti che navi, più aeroporti che passeggeri. Questi sono gli sprechi del Paese: vogliamo tutto, ma vogliamo che lo facciano gli altri», incalza Bono criticando anche il sindacato responsabile di «un appiattimento generalizzato: non posso pagare un saldatore come un magazziniere, lo dovrei pagare come un ingegnere e invece non posso. Il lavoro è dignità». A raccogliere l'appello e scendere in campo offrendo l'aiuto dell'Anpal è il vicepremier Luigi Di Maio: «Siamo pronti con l'Agenzia nazionale delle politiche attive a dare supporto a Fincantieri nel formare le maestranze di cui ha bisogno. Le nuove politiche per il lavoro che stiamo costruendo andranno proprio nella direzione di colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro». Ma secondo il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra, serve un intervento più ampio: «Nel nostro Paese mancano investimenti e strumenti sufficienti per rilanciare formazione, riqualificazione professionale, Its, raccordo scuola-lavoro, apprendistato. Priorità gravemente mortificate dal governo nell'ultima manovra». La sfida, secondo Confindustria, è rilanciare il collegamento tra studenti e aziende, «se non si vuole incorrere in un altro paradosso tutto italiano: avere nuovi macchinari e non trovare le persone giuste per farli funzionare». Per questo va potenziata l'istruzione terziaria professionalizzante. In Italia solo l'1% dei ragazzi frequenta i percorsi Its, che hanno un tasso di occupazione a dodici mesi che supera l'80%, più elevato dei laureati triennali, al 73%, e in linea con quello dei laureati magistrali, all'83%. La conseguenza è che da qui al 2022 quasi la metà dei periti under 29 sarà «di difficile reperimento». Nei prossimi cinque anni l'industria avrà bisogno di 264 mila operai specializzati, ma mancano meccanici, montatori, riparatori, costruttori di utensili, elettronici-elettrotecnici, specialisti di cuoio, calzature, costruzioni.

FUGA ALL'ESTERO
Anche perché, segnalano gli esperti, la curva delle retribuzioni italiane tende a premiare quasi esclusivamente il fattore all'anzianità aziendale: lo stipendio cresce solo con l'età e raggiunge il suo massimo dopo i 50 anni, non nella fase di picco della produttività generalmente indicata tra i 30 e i 40 anni. Una concezione anagrafica che non gratifica i lavoratori più giovani, i quali per guadagnare di più emigrano all'estero. Maggiori possibilità di scatti di carriera e, quindi, di aumenti in busta paga sono le motivazioni addotte dalla maggior parte di chi cerca lavoro fuori dall'Italia. E i numeri ormai sono quelli di un esodo: nel 2018 sono stati registrati oltre 128 mila cambi di residenza, con una quota del 37,4% del totale dei giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni.
 

Ultimo aggiornamento: 16:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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