CORONAVIRUS

Coronavirus, i racconti degli italiani rimpatriati: «Lì non si trovava da mangiare»

Martedì 4 Febbraio 2020 di Alessia Marani e Giuseppe Scarpa
Coronavirus, i racconti degli italiani rimpatriati: «Lì non si trovava da mangiare»

Wuhan città fantasma, trasporti bloccati, negozi chiusi. «Durante il tragitto per raggiungere il punto di incontro per gli italiani da rimpatriare intorno a me era il deserto, solo una rivendita di caramelle era aperta», ha raccontato Lorenzo Di Berardino, studente 22enne di Pescara in Cina per uno scambio-studio, alla mamma. E solo qualche dolcetto ha potuto mangiare domenica prima di iniziare con altri 56 connazionali il lungo viaggio-avventura che lo ha riportato in Italia. Studi interrotti, lavori lasciati a metà, amici e familiari abbandonati in tutta fretta: la vita di queste 55 persone (una è rimasta bloccata in Cina per la sopraggiunta febbre alta) ricomincia in isolamento nella città militare della Cecchignola, a Roma. Ci sono studenti, interpreti, imprenditori, tecnici specializzati, ma anche bambini. Non esiste una vera e propria comunità italiana a Wuhan: chi raggiunge quell’angolo del colosso asiatico non lo fa per turismo ma, solitamente, per accrescere il proprio bagaglio cultura e professionale. 

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Come Petra Vidali, 24 anni, studentessa veneziana, che aveva scelto lo scorso anno la Huazhon University of Scienze and technology per un master. Era innamoratissima di Wuhan, lasciarla per lei è stato un vero trauma. Ma così ricorda gli ultimi giorni prima della “fuga” a bordo del Boeing 767 Kc dell’Aeronautica Militare: «Ogni giorno gli spazi dell’Università vengono disinfettati sia dentro che fuori, nei luoghi chiusi vengono fornite mascherine, termometri e saponi per le mani», raccontava ad amici e familiari. Paolo Ghiddi, tecnico elettronico 56enne della System di Modena, nel gigante asiatico insieme con quattro colleghi, tira un sospiro di sollievo appena rimesso piede sulla pista dell’aeroporto di Pratica di Mare: «Adesso mi sembra di rinascere - dice commosso - solo qui in Italia ci sentiamo davvero al sicuro». Si guarda attorno e ha parole di elogio per la macchina organizzativa: «Il viaggio è stato impeccabile». I cinquantasei si mettono in fila e si sottopongono ai test sanitari, adesso regna la calma. Poche ore prima panico e angoscia rischiavano di prevalere. «C’era una situazione surreale - ha raccontato Laura Turdo, 26 anni, studentessa siciliana, prima di partire - ogni tanto il panico prendeva il sopravvento, poi però riuscivo a tranquillizzarmi perché farsi travolgere dall’ansia non era di certo la soluzione». Non è l’unica siciliana ospite della Cecchignola. Con lei c’è un compaesano di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Nella cittadina ieri in tanti hanno festeggiato il loro rientro. Del Coronavirus parlano in pochi esplicitamente. C’è chi sdrammatizza, come un ragazzo che preferisce rimanere anonimo e giura che «la paura è la malattia più contagiosa di tutte», ma qualcun altro non nasconde il timore. Come Michel Talignani, manager modenese, che confessa di avere vissuto giorni drammatici. «Ho vissuto una sensazione di impotenza, non potevamo muoverci e l’atmosfera era sempre più cupa. Pensavo a mia moglie e ai miei due figli. Adesso, dopo un volo di 13 ore, sto bene ma non posso dire di essere al settimo cielo, perché hai sempre paura di potere avere contratto questo maledetto Coronavirus». Michel non vedeva l’ora di rientrare in Italia. Ha, invece, dovuto cambiare i suoi programmi Alessia Bartolini, 25 anni, da novembre a Wuhan. Vi sarebeb dovuta rimanere fino a tutto il 2020 per svolgere il suo lavoro di interprete, invece ha dovuto fare i bagagli in fretta e furia, inseguita dallo spettro del virus, e tra due settimane, se tutto filerà liscio come sembra, ritornerà nella sua casa di Monte Urano in provincia di Fermo, nelle Marche. «Il viaggio è andato bene, sono appena arrivata in camera, sistemo le mie cose e inizio questo periodo di isolamento».

Alessia e gli altri (ci sono anche sei bambini nel maxi-gruppo), per pranzo hanno mangiato risotto speck e scamorza, frittata con gli spinaci e finocchi gratinati di contorno. La sera hanno cenato, invece, con riso in bianco, salumi, formaggio e cavolfiori spadellati, il tutto rigorosamente preconfezionato e sigillato, servito dai militari dell’8° reggimento trasporti Casilina, che indossano tute, occhiali e mascherine. Le posate sono mononouso. Tutti i pasti saranno calibrati secondo le indicazioni degli ospiti compatibilmente con eventuali indicazioni sanitarie. A monitorare sulle loro condizioni sono gli ufficiali medici dell’Esercito. Solo e se dovessero comparire sintomi sospetti, gli ospiti verranno collocati nella stanza dell’isolamento per poi essere trasferiti con mezzi speciali all’Istituto di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, centro di riferimento nazionale. 

Ieri mattina, davanti al grande cancello di ferro del centro sportivo olimpico della Cecchignola presso i cui alloggi sono ospitati i cinquantasei, c’erano anche i genitori di Lorenzo Di Berardino arrivati apposta da Pescara per salutarlo almeno un attimo. Ma mamma Alessandra Genco, consigliere di parità della regione Abruzzo e papà Giulio, avvocato, non sono riusciti a incrociare i loro sguardi con quello del figlio. Quando i due pullman con gli italiani di Wuhan a bordo sono sfilati davanti a loro, alla vista delle mascherine indossate dai passeggeri, sono stati sopraffatti dall’emozione. «Ero e sono serena - ha detto la signora Alessandra, il volto velato dalle lacrime - ma vedere quelle mascherine mi ha fatto rendere conto in maniera brusca del rischio che mio figlio e gli altri hanno corso, sebbene “Lori” ci abbia sempre rassicurato dicendoci che lì la situazione era sotto controllo, che non si sentiva in pericolo, e che piuttosto erano le notizie che arrivavano dall’Italia ad agitarlo». E L’ultimo pensiero di Lorenzo è stato proprio per il Paese lasciato: «Ciao Cina, tornerò presto», il suo post su Facebook. 
 

Ultimo aggiornamento: 13:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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