Scandalo cimitero a Ferentino, faccia a faccia di due ore tra minoranza e Prefetto

Giovedì 14 Marzo 2019 di Aldo Simoni
Un faccia-a-faccia durato due ore e mezza. Al termine bocche cucite. Il prefetto Ignazio Portelli ha incontrato i rappresentanti della minoranza consiliare di Ferentino (Maurizio Berretta, Franco Collalti, Giuseppe Virgili e Luca Zaccari) dopo l’esplosione dell’inchiesta sul cimitero, culminata con l’arresto del consigliere Pio Riggi. I quattro della minoranza, alle 15,30, sono saliti in Prefettura per esprimere «la preoccupazione relativa ad un sereno e corretto svolgimento dell’attività politica–amministrativa».

E l’avvocato Franco Collalti aveva specificato: «Andremo affinchè sia attivata la procedura per giungere allo scioglimento del Consiglio per infiltrazione mafiosa, considerando che è la prima volta che si parla di camorra a Ferentino».
All’uscita, tutti e quattro hanno tenuto le bocche cucite. Segno della delicatezza del momento, e segno dell’attenzione che il Prefetto, come già anticipato al Messaggero, terrà sul «caso Ferentino».

Ma la domanda che tutti si fanno è una sola: ci sono gli elementi per lo scioglimento del Consiglio per interferenze di natura mafiosa?
Oggettivamente l’avvio della procedura è piuttosto complessa. E di questo, ieri, si è a lungo parlato in Prefettura. Esaminando, nei dettagli, quali sono le premesse per attivare un meccanismo così grave e complesso. Ecco perchè sembra che il Prefetto abbia chiesto ai consiglieri notizie sull’ «ambiente» e sul «clima» politico-amministrativo che si vive in città. Questo, per avere un quadro completo della situazione.
Inoltre va precisato che, nell’ ordinanza cautelare che ha condotto in carcere il consigliere Riggi, ci sono diversi «omissis». Segno che ci sono aspetti dell’inchiesta che la magistratura preferisce, al momento, non rendere palesi. Dunque, è del tutto evidente che, se nel corso delle indagini emergessero nuovi episodi e, soprattutto, nuovi nomi, ecco che l’ipotesi di scioglimento del Consiglio avrebbe un suo fondamento.

E’ probabile, quindi, che quando l’inchiesta avrà fornito nuovi elementi, i consiglieri comunali di minoranza chiederanno un nuovo incontro al Prefetto.
Dunque tutto si gioca su due parole «infiltrazione mafiosa».
E questa ipotesi (finora avanzata dalla magistratura) è quella che vuol far cadere anche la difesa degli imputati. Commenta l’avvocato Pina Tenga, che difende Luciano Rosa (cugino del consigliere Pio Riggi): «Se non ci fosse questa ipotesi “mafiosa” il caso si sgonfierebbe. E sono certa che, alla fine, così sarà».

LA STORIA
Come noto, Pio Riggi è stato arrestato dopo la denuncia dell’imprenditore Lorenzo Scarsella, che si è aggiudicato il project per l’ampliamento del cimitero.
Con lui, in carcere, sono finiti suo cugino Luciano Rosa e tre personaggi legati alla malavita campana: Ugo Di Giovanni, Gennaro Rizzo, ed Emiliano Sollazzo. Questi ultimi tre - scrive il Gip - sono appartenenti a clan di Napoli-Centro e, secondo l’accusa, avrebbero agito dopo che Pio Riggi aveva chiesto 300 mila euro all’imprenditore Scarsella.
Ma, durante l’interrogatorio, Riggi ha precisato che le sue insistenze per incontrarlo, erano dovute alla necessità di portare a buon fine il project. Dunque, incontri «di lavoro» e non certo per chiedere soldi. E le minacce che l’imprenditore ha ricevuto dai tre napoletani? Riggi ha detto di esserne all’oscuro e di non aver mai intascato un euro. Quindi, sarebbe stato il cugino, Luciano Rosa, ad aver contattato i tre napoletani per estorcere denaro all’imprenditore, a sua insaputa. Ma l’avvocato Pina Tenga osserva: «La tesi di Riggi non la condivido, ma era prevedibile».

IL VIDEO SUL CELLULARE
Ma perchè questa affermazione?
Perchè l’avvocato Tenga ha chiesto di visionare un video di diversi minuti sul telefonino - un iPhone - (sequestrato) del suo assistito. E ha chiesto di farlo in sede di incidente probatorio, così da cristallizzare le scene riprese. L’avvocato ovviamente non dice perchè è importante questo video. Ma sembra di capire che in esso la figura degli «aggressori» (ossia i napoletani) venga notevolmente ridimensionata. Anzi, par di capire che la stessa parte offesa sia ripresa in atteggiamento confidenziale con i suoi aggressori... Dunque, altro che minacce...
Ma la Dda parla di intimidazioni con una pistola. «In verità - replica l’avv. Tenga - la parte offesa non ha mai visto un’arma. Ha visto solo che un uomo metteva la mano sulla cintola...».
Insomma, le ricostruzioni di accusa e difesa divergono sensibilmente. Saranno le indagini dei prossimi giorni a far luce su quest’intricata vicenda.
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