CORONAVIRUS

Antenne 5G, parte dall'università di Cassino la ricerca sulle tecniche di misurazione

Giovedì 30 Aprile 2020 di Pierfederico Pernarella

Nei giorni più drammatici dell'emergenza sanitaria per coronavirus sui social sono cominciate a circolare immagini di antenne date alle fiamme. Erano una delle tante fake news secondo cui la diffusione del Covid-19 sarebbe correlata al 5G, il nuovo sistema di telecomunicazione mobile. Una paura tira l'altra è l'occasione per complottisti vari era più che ghiotta.

Il caso ha voluto che in quegli stessi giorni su una rivista scientifica di settore, “Environmets”, è stato pubblicato un articolo sugli studi sperimentali condotti da Arpa Lazio e il Dipartimento di Ingegneria Elettrica e dell'Informazione dell'Università di Cassino.

La notizia, al contrario delle tesi complottiste, comprensibilmente non ha avuto alcuna risonanza, se non tra gli addetti ai lavori, eppure l'impatto che la ricerca, tra le poche si stanno conducendo a livello internazionale, avrà sulle nostre vite, soprattutto sulla nostra sicurezza, è di gran lunga più importante: il suo obiettivo infatti è definire una procedura quanto più precisa per la misurazione dei campi elettromagnetici delle antenne 5G.

Ne abbiamo parlato con uno dei membri del team che si sta occupando dello studio, il professore Marco Donald Migliore. «Il gruppo – spiega il docente – è nato nell'abito dell'Icemb (il Centro Interuniversitario sulle Interazioni fra Campi Elettromagnetici e Biosistemi che ha sede a Genova, ndr), e ha permesso di mettere insieme diverse competenze che spesso non si parlano: da una parte l'esperienza di Arpa nella misura dei campi elettromagnetici; dall'altra il nostro approccio teorico che permette di trovare nuove strade e risolvere i problemi».

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Il sistema 5G è in corso di implementazione, per cui la ricerca è stata condotta sulle antenne installate in via sperimentale. Ma perché le precedenti tecniche di misurazione dei campi elettromagnetici non vanno bene per il 5G? «Il 5G introduce una nuova variabile – spiega il professore Migliore – Mentre le vecchie antenne irradiavano in tutte le direzioni, le antenne 5G puntano nella direzione del telefonino che deve essere servito. Questo da una parte permette di concentrare il fascio dove serve, senza dispersioni e ciò per un verso è anche benefico dal punto di vista dei livelli elettromagnetici; d'altra parte la misurazione è più complicata perché bisogna essere sicuri di misurare l'esatto campo in cui punta il fascio elettromagnetico. Il puntamento del fascio elettromagnetico è un problema nuovo, su cui sono stati pubblicati pochi articoli nel mondo. Noi siamo tra i primi che abbiamo proposto una tecnica che gestisce questo problema e che sta funzionando, anche se si tratta di una tecnica in itinere che stiamo migliorando di giorno in giorno».

I risultati della ricerca vengono pubblicati sulle riviste scientifiche per essere condivisi ma anche smentiti da altri gruppi di ricerca.

Alla domanda fatidica se il 5G comporta rischi per la salute, il professore Migliore prima spiega: «La domanda è impostata male, perché qualsiasi cosa, portata oltre i limiti, può essere nociva. E poi la percezione del rischio è sempre molto diversa dal rischio reale. Quello che interessa a noi, ed è appunto l'obiettivo della nostra ricerca, è fare in modo che il 5G venga utilizzato in sicurezza. Anche le auto sono pericolose e per questo sono stati introdotti i limiti di velocità. Sui rischi per la salute sono coinvolti enti di primo livello come lo Iarc, ma anche l'Università di Cassino sta svolgendo studi in questo senso. Rispetto alla pericolosità del 5G va precisato che i sistemi oggi presenti in Italia lavorano sotto test, con frequenze che non sono molto diverse dal 4G, quindi sotto i 5ghz. I limiti al momento sono gli stessi, in Italia peraltro sono tra i più rigidi a livello internazionale, e sono stati individuati in base alle reazioni del corpo umano ai campi elettromagnetici».

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In cosa consistono queste reazioni? «Oggi sappiamo che i campi elettromagnetici determinano un aumento della temperatura - prosegue il docente -  quindi i limiti sono stati fissati in modo che non si abbia un incremento di temperatura che possa minimamente danneggiare il corpo umano. Valgono a prescindere dal sistema di comunicazione, che sia 4 o 5G. Se si vanno a vedere i livelli di campi elettromagnetici ricevuti da una stazione radio base e quelli ricevuti da uno smartphone sicuramente questi ultimi sono maggiori».

La ricerca dell'università di Cassino e Arpa Lazio serve proprio a rendere più sicuri i sistemi 5G ed evitare il far west individuando una tecnica in grado di misurarli.

D'altra parte, osserva l'ingegnere Migliore, «proprio in questi giorni di lockdown ci rendiamo conto dell'importanza di un sistema di telecomunicazioni che funzioni bene e funzioni sempre e funzioni in modo veloce. In questo momento ci sono decine di migliaia di studenti che si stanno connettendo alla banda larga e questo permette di continuare la vita quotidiana».

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Ecco il 5G, prosegue il docente, «fa un passo avanti, permetterà un collegamento stabile e in sicurezza non solo tra le persone, ma anche tra le persone e le macchine, tra le varie macchine. Alcuni scenari sulla sue applicazioni future oggi non sono addirittura immaginabili: pensiamo alla guida autonoma, alle operazioni a distanza, alle fabbriche. Tutto un mondo connesso con delle implicazioni difficile da immaginare, così come quando è nato internet sarebbe stato difficile immaginare l'internet di oggi. Nessuna società industrializzata può correre il rischio di perdere questa chance, naturalmente in sicurezza. Noi siamo in grado di farli operare in sicurezza ed è quello su cui stiamo lavorando».

Ultimo aggiornamento: 1 Maggio, 10:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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