Virman Cusenza: «La mia stagione al Messaggero, uno sguardo lungo otto anni»

Martedì 7 Luglio 2020 di
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​La mia stagione al Messaggero/ ​Uno sguardo lungo otto anni
Otto anni al Messaggero. Tanti, e lo considero un onore, abbastanza per poter dire che il mio sguardo ha abbracciato nel tempo una trasformazione profonda di questo Paese e di questa città che ne è la Capitale.

In questa redazione sono approdato dopo dieci anni trascorsi al Giornale di Indro Montanelli, che mi ha dato un’impronta di cui vado orgoglioso: la laicità, l’indipendenza e la tutela del lettore. La passione e l’impegno di raccontare i fatti bisogna sentirli, altrimenti si finisce solo schiacciati dalla fatica, e senza nemmeno quell’iniezione di entusiasmo e adrenalina che rendono unico il nostro mestiere.

Ho guidato questo giornale in una fase politica turbolenta del Paese. Una stagione difficile per Roma. L’ho fatto cercando un equilibrio tra la denuncia che interpretasse il disagio dei cittadini e lo stimolo alle classi dirigenti affinché fossero degne del ruolo cruciale di élite. Mi sono battuto perché il Messaggero svelasse la sua anima di giornale laico. Una vocazione che va ben al di là del rapporto con la Chiesa tracciato dalla linea del Tevere. Parlo dell’indipendenza, dell’affrancamento dai poteri, dalle corporazioni professionali e sindacali, dalle aree di influenza politica e dalle partigianerie che avvelenano questo Paese. Una battaglia che parte dai diritti dei cittadini e che si traduce nel ruolo di difensore civico che rivendico come tratto distintivo della mia direzione. Parlo della tutela di un diritto negato, un sopruso di cui possono essere vittime gli italiani di ogni estrazione. Si spazia dal decoro calpestato in ogni angolo di questa meravigliosa città, fino alla rivendicazione del ruolo del nostro Paese in una Unione europea sofferta quanto indispensabile. 

Fino alle storture che oggi dividono l’Italia tra Nord e Sud. Tutto questo non l’ho fatto da solo, ma con al fianco una redazione che ha sostenuto con sincera dedizione queste battaglie. Anche quando erano impopolari e contro il consueto mainstream, vera zavorra dei nostri tempi. Ci siamo battuti senza mai schierarci in modo pregiudiziale, all’interno di uno spazio liberale che in troppi evocano ma che in pochi praticano. Lo abbiamo fatto tentando di illuminare i lati oscuri di questa città, in totale indipendenza di giudizio. Credo che tanti di voi ricorderanno la campagna lanciata un anno fa contro il non-governo della Capitale che oggi arretra e sembra lontana dalle sue stagioni migliori, quelle in cui è stata percepita come il Centro di tutto, la città da mettere prima di tutto.
Sono stati otto anni in cui parallelamente alle sfide appena tracciate, un’altra - grande e decisiva - se n’è combattuta: quella della trasformazione digitale per i giornali. Un impegno che sta cambiando radicalmente il modo di fare informazione e al tempo stesso la mente e lo sguardo dei giornalisti.

Il Messaggero in questi anni è stato in prima fila, cogliendo traguardi possibili solo grazie al contributo corale. Un risultato che - pur nella consapevolezza dell’essere lontani dalla meta - oggi ci rende orgogliosi. La ragione è semplice: questo cammino è stato accompagnato dall’autorevolezza, il bene più prezioso da difendere.
Di tutto questo ringrazio l’editore Caltagirone che ha reso possibile - garantendomi la sua fiducia - l’impresa in tutti questi anni e il raggiungimento di un record di durata nella storia di questo quotidiano. Auguro a Massimo Martinelli, vecchio compagno di tante fatiche, di traghettare il giornale nel modo migliore verso nuove mete. Ringrazio uno per uno, tutti i colleghi di via del Tritone e di tutte le redazioni. E non dimentico certo, oltre alla grande famiglia dei dipendenti, gli autorevoli editorialisti che con il loro contributo hanno condiviso lo spirito di questo giornale. Assieme a loro ho cercato di lasciare un segno che fosse all’altezza dei lettori. Ne valeva la pena.
  Ultimo aggiornamento: 08-07-2020 07:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA