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Alessandro Campi
Alessandro Campi

Il caso riaperture/ L’incertezza sulle scuole una rovina per i ragazzi

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Giovedì 17 Dicembre 2020, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 00:08

Le scuole superiori riapriranno il prossimo 7 gennaio, anzi no. Probabilmente si ricomincerà a frequentarle il 18 dello stesso mese, ma non è detto. Si parla di fine gennaio, ma bisogna vedere. A febbraio dovrebbe essere sicuro, ma se parte la terza ondata? A quel punto si scivolerà certamente a marzo o forse ad aprile, quando sarà passato un anno esatto dal “tutti a casa” decretato a causa dell’emergenza sanitaria per milioni di studenti. 

Da allora, l’indecisionismo politico (a tutti i livelli) spacciato come dialogo costruttivo tra Governo e Regioni e tra chi agisce (la politica) e chi conosce (la scienza), laddove il dialogo in realtà si è spesso risolto in continui conflitti e cortocircuiti, è stato il tratto ricorrente in questi mesi di pandemia, dominati alla fine più dall’incertezza che dalla paura. E ha prodotto non solo i tanti annunci rimasti tali, ma ripensamenti continui, disposizioni contraddittorie e non sempre di immediata comprensione. 

Un tira e molla su quel che si poteva e doveva fare e su quel che era vietato che ha [/FORZA-RIENTR]contribuito non poco a deprimere il morale degli italiani.

Senza contare i danni, sul lato pratico, che tale modo di procedere intermittente ha prodotto, in primis agli operatori economici. Ne sanno qualcosa soprattutto albergatori e ristoratori, ma in generale tutti coloro che operano nel settore del turismo. Qualunque programma abbiano fatto in questi mesi, sulla scorta delle indicazioni ricevute dalle autorità, lo hanno visto vanificato dai ripetuti e spesso repentini cambiamenti nei regolamenti e nelle disposizioni. Oggi si chiude, domani si apre, dopodomani si apre a metà, poi si richiude tutto di nuovo ecc. Il risultato? Nervi a fior di pelle, soldi buttati al vento per cercare di mettere inutilmente in sicurezza le proprie attività, fatturati sempre più in calo e disoccupazione alle stelle. 

Ora, ammesso che si possa governare a singhiozzo l’economia di un grande Paese – alternando le autorizzazioni ai divieti, i bonus per favorirne la ripresa ai ristori per compensarne le perdite – di certo non si può gestire con queste modalità ballerine, per il valore sociale e simbolico che esso riveste, il mondo della scuola e dell’insegnamento, a meno che non ci si sia posti l’obiettivo di distruggerlo senza dirlo.

Sul malessere delle famiglie e sui sacrifici da esse sopportati nella gestione quotidiana a causa delle scuole chiuse (o, peggio, delle scuole riaperte e poi richiuse) si è già scritto molto. Così come sui guasti che la prolungata lontananza di ragazzi e ragazze dai luoghi deputati alla loro formazione (anche psicologica) rischia di produrre. Dai ritardi cognitivi veri e propri (soprattutto nei più giovani) alla perdita di socialità malamente compensata dal ripiegamento solipsistico prodotti dai social e dagli strumenti digitali, che per milioni di ragazzi in questi mesi sono diventati l’alternativa forzata alla crescente mancanza di relazioni con i loro coetanei. 

Senza infine considerare che in questi mesi s’è venduta ottimisticamente come didattica a distanza (l’ormai diffuso acronimo Dad), quindi come un’innovazione persino salutare, quella che è invece stata, nella maggior parte dei casi, semplice didattica d’emergenza. Nel senso che, scoppiata la pandemia, si sono trasferiti precipitosamente sulle piattaforme programmi di studio e modalità di erogazione dei medesimi che erano quelli concepiti per il consolidato insegnamento in presenza.

Intendiamoci, la tecnologia è una bella cosa, ma ha i suoi codici espressivi, un linguaggio suo proprio, modalità di fruizione e veicolazione dei contenuti a misura dell’universo che li ospita. Va utilizzata per ciò che può offrire (moltissimo), non come sostituto funzionale di ciò che per definizione è insostituibile: i rapporti diretti tra persone, nel nostro caso il docente che modula le sue parole e i suoi ragionamenti anche in funzione degli sguardi e dei movimenti del corpo di chi ha dinnanzi. Qualcosa negli ultimi tempi è cambiato ed è nata effettivamente una didattica digitale in senso proprio, che in futuro sarà certamente preziosa come integrazione di quella tradizionale. Ma con riferimento all’oggi – come possono testimoniare insegnanti, discenti e famiglie – quello che si è prodotto è stato un impoverimento dell’esperienza formativa, nella misura in cui quest’ultima non ha a che fare solo con l’apprendimento e la conoscenza in senso astratto, ma appunto con la dimensione relazionale, con la vicinanza fisica entro uno spazio pubblico nel quale le soggettività si mescolano, le individualità si confrontano e le personalità si affinano.

La scuola è sempre stato questo: in passato, senza nasconderlo, magari anche un luogo di inquadramento coatto e di indottrinamento, ma oggi sicuramente – per l’esperienza che ne hanno fatto le ultime generazioni – è lo strumento di socialità per eccellenza, il posto dove per definizione si impara a pensare e a essere liberi, a modellarsi come cittadini e come persone.

Ecco perché, senza nascondere nulla sui pericoli di una pandemia che ancora non si riesce a controllare, il balletto sul ritorno fisico degli studenti nelle scuole è il più dannoso e intollerabile di tutti. Tanto più una volta acclarato, grazie a diversi studi, che non sono state le aule, i corridoi e i cortili i luoghi di propagazione del contagio. Considerato altresì che a chiederne la riapertura con forza non sono soltanto, utilitaristicamente, le famiglie, ma con sempre più forza gli stessi ragazzi e ragazze, che più e meglio di altri, pur avendo una mentalità integralmente digitale, hanno evidentemente capito a quale importante pezzo della loro vita stanno forzatamente rinunciando. Considerato infine che la riapertura delle scuole non sarebbe affatto un azzardo se per una volta, a livello politico, dalla logica dell’improvvisazione si passasse a quello della pianificazione razionale. 

Si sarebbe dovuto fare già la scorsa estate, ragionando sull’organizzazione ottimale dei trasporti, sugli ingressi pomeridiani, sull’alternanza delle classi all’interno dei complessi scolastici, su un mix funzionale di didattica in presenza e di lezioni a distanza, sul livello di agibilità delle scuole nei diversi territori, su sistemi efficaci di messa in sicurezza e di tracciamento. Così operando, con un minimo di programmazione, si sarebbe forse evitata l’apertura integrale, dopo l’estate, alla garibaldina, subito seguita da blocchi locali e parziali, da messe in quarantena di intere classi spesso per contagi nati fuori dalle mura scolastiche, per poi richiudere quasi tutto e dopo annunciare una riapertura pressoché integrale il 7 gennaio, per poi arrivare – oggi – a non sapere esattamente cosa fare nelle prossime settimane. 

La scuola è il luogo dove per definizione si compensano le disparità sociali, si pongono le basi di tutti i processi di innovazione e si costruiscono le energie umane e professionali che danno continuità alla vita sociale. Come in molti hanno detto in queste settimane, restando ahimé inascoltati, tenerle chiuse o mezze aperte, comunque in una situazione di precarietà e incertezza defatigante per gli studenti ma anche per chiunque operi professionalmente al suo interno, è il segno d’una grande miopia e di un fallimento del quale questo governo porta e porterà per intero la colpa.

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