Mario Ajello
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Parcheggiatori? A Roma non sono abusivi

Parcheggiatori? A Roma non sono abusivi
di Mario Ajello
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Lunedì 1 Marzo 2021, 23:00 - Ultimo aggiornamento: 2 Marzo, 23:32

Roma come una metropoli veloce, innovativa e digitale con grandi vie di scorrimento sottoterra e ponti magnifici che rendono tutti gli spostamenti più facili, più belli ed ecocompatibili. Sognarla così si può e si deve. Ma se si fa un salto in queste ore nella zona del Policlinico, stride talmente la realtà rispetto all’aspirazione che viene lo sconforto. 

Si vedono vecchie scene da Strapaese con i parcheggiatori (ex) abusivi - ora diventati Associazione Guardiamacchine Autorizzati, l’ennesima sigla italiota e naturalmente iper-sindacalizzata - che ormai legalizzati a colpi di delibere comunali (quella del 2005 che adesso viene attuata) e di sentenze giuridiche (da parte del Giudice di pace) si sono presi le strisce bianche dei parcheggi e invece di lasciarle libere le fanno pagare. 


E guai a toccarli. Sennò protestano, e non c’è corporazione anche neonata che non lo faccia per statuto e ragione sociale, e inveiscono contro le giuste rimostranze di chi in quella zona abita o lavora. E mai avrebbe immaginato di trovarsi di fronte, con tanto di pennacchio ma siamo il Paese dei pennacchi, i nuovi tutori ope legis del «parcheggiare meglio e in sicurezza», come c’è scritto nei cartelli della nuova categoria di lavoratori del traffico. 


Nei film di Totò il parcheggiatore furbastro (siamo un popolo di santi, poeti, navigatori, sottosegretari e parcheggiatori) ci stava bene. Per non dire di “Febbre da cavallo” in cui l’attore Francesco De Rosa, alias Felice Roversi, è un esilarante guardiamacchine illegale. Ma questa sanatoria da falso Ventunesimo secolo che regolarizza un’antica abitudine e non lo fa nell’interesse dei consumatori, che infatti sono arrabbiati, e propende più per una corporazione che per la cittadinanza ha qualcosa di pre-moderno. La licenza ai parcheggiatori è come quella agli urtisti, i madonnari che ebbero alla fine dell’Ottocento l’autorizzazione pontificia per vendere oggetti ai pellegrini in visita nella Capitale. Poi toccherà ai falsi centurioni del Colosseo e ai saltafila dei Fori Imperiali avere la patente comunale, il bacio accademico e il timbro giuridico? 


L’Italia che deve vivere di futuro viene ricacciata nel folklore. E non è un bello spettacolo vedere il parcheggiatore che un tempo diceva «dotto’, se c’ha ‘no spicciolo...» (ed era meglio darglielo, o per simpatia o per salvaguardare lo specchietto dell’auto) e ora occupa la striscia bianca perché «è mia e me la gestisco io». E prima l’obolo era volontario, adesso è una tassa municipale, un tributo diretto da versare all’Associazione Guardiamacchine Autorizzati. Ossia all’Italia remota ma sempre attuale.

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