Romano Prodi
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Il ruolo-guida/ Il progetto della Francia per il rilancio della Ue

di Romano Prodi
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Lunedì 25 Aprile 2022, 00:02

Emmanuel Macron è stato rieletto presidente della Repubblica francese, ripetendo quanto avvenuto cinque anni fa. Questo, di per sé stesso, è un avvenimento di grande portata. È infatti la prima volta, da quando il periodo di presidenza è stato portato da sette a cinque anni, che un presidente in carica viene riconfermato. Una rielezione che arriva al termine di un quinquennio in cui Macron ha dovuto affrontare tre difficili crisi: la rivolta dei gilet gialli, la lunga pandemia e, negli ultimi due mesi, la guerra di Ucraina. 
Rispetto a quanto è avvenuto nel 2017 molte cose sono tuttavia cambiate. Prima di tutto, anche se il fenomeno era già iniziato cinque anni fa, i tradizionali partiti della destra e della sinistra moderata, che si erano sempre alternati  alla presidenza, sono addirittura scomparsi.
Una vittoria, inoltre, che viene dopo un primo turno elettorale in cui, sommando l’opposizione di destra e di sinistra, il voto di protesta è risultato di gran lunga prevalente rispetto alle adesioni ricevute dal centro moderato. 


Tutto questo si deve indubbiamente al modo deciso con cui Macron ha affrontato i tre momenti critici del suo mandato ma anche, e forse soprattutto, ai risultati complessivamente positivi della sua politica economica.
Risultati che l’opposizione, sia di destra che di sinistra, ha naturalmente contestato, ritenendoli comunque insufficienti a bilanciare le mancanze imputate al presidente. Entrambe le opposizioni hanno infatti accusato Macron di aver difeso unicamente gli interessi della Francia conservatrice e privilegiata, senza affrontare i problemi dei giovani, dei pensionati e della perdita di potere d’acquisto dei lavoratori. Dallo schieramento di destra si è, in modo particolare, messo sotto accusa Macron per non essere stato in grado di riportare la Francia a ricoprire un ruolo adeguato nella politica, nella cultura e nell’economia mondiale, sacrificando gli interessi del Paese al globalismo, all’accoglienza degli immigrati ma, ancora più, all’eccessivo potere dell’Unione Europea, nemico numero uno dei populisti francesi. Non è quindi fuori luogo insistere sul fatto che la vittoria di Marine Le Pen avrebbe rappresentato la crisi irreversibile dell’intero progetto europeo.
Tuttavia l’evento che più di ogni altro influenzerà la futura politica francese è l’inattesa affermazione di una sinistra radicalmente motivata, che ha trovato il suo leader in Mélenchon. Un voto che ha calamitato l’adesione dei giovani e delle classi colte che, nelle scorse elezioni, si erano prevalentemente orientate a favore di Macron. La sinistra di Mélenchon ha condotto la campagna elettorale accusando Macron di non avere mantenuto gli impegni presi nei confronti dell’ambiente, di non avere voluto un governo aperto al dialogo e di non avere dato seguito a progetti in favore delle periferie urbane e delle fasce deboli del Paese. La campagna di Mélenchon è stata inoltre accompagnata dall’accusa a Macron di avere messo in atto una politica economica divisiva, esasperando le differenze fra ricchi e poveri, fra giovani e anziani, fra le metropoli e la Francia abbandonata e fra laureati e proletari. Se osserviamo attentamente gli ultimi giorni della campagna elettorale, dobbiamo constatare che Macron si è dedicato soprattutto a recuperare questa fuga verso sinistra, presentando agli elettori un progetto politico rivolto a garantire il potere d’acquisto delle classi più deboli, a elevare la remunerazione e il prestigio sociale dei dipendenti pubblici, degli insegnanti e degli addetti alla sanità, accettando inoltre di non procedere ad alcuna modifica del sistema pensionistico senza l’approvazione delle parti sociali. 


D’altra parte il presidente francese ha molti poteri, ma non è un monarca assoluto e, in vista delle elezioni parlamentari del prossimo giugno, l’accento sugli aspetti sociali è evidentemente apparso lo strumento più idoneo per potere costruire una solida maggioranza parlamentare. Il vero pericolo per il prossimo quinquennio di Macron è infatti la possibile esplosione del profondo e diffuso malcontento popolare che ha accomunato tutti i voti dell’opposizione.
Abbiamo fino ad ora messo in rilievo soprattutto gli aspetti economici e sociali della politica francese perché, fatta eccezione per le risse televisive sulla drammatica guerra ucraina, essi hanno monopolizzato la campagna elettorale. Sono invece convinto che l’ultimo mandato di Macron passerà alla storia solo se il presidente francese assumerà l’iniziativa di dare finalmente attuazione a una politica estera e di difesa europea. L’irrilevanza dell’Unione Europea di fronte alle tragedie materiali e umane che tanto ci minacciano sta infatti drammaticamente mostrando quanto sia importante prendere finalmente in mano il nostro destino. Solo la Francia, forte del suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza e del possesso dell’arma nucleare, può dare vita a questo progetto, proponendo una cooperazione rafforzata che, come è stato il caso dell’euro, non richiede l’adesione di tutti i membri dell’Unione. Tutti gli altri progetti, che obbligatoriamente debbono essere approvati all’unanimità, servono solo per ritardare una decisione che deve essere invece presa subito. 

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