Renzi: «Macronismo all'italiana per i riformisti. Il Pd deve scegliere se stare ancora con i grillini»

Il leader di Italia Viva: «Il Pd ora deve scegliere se stare ancora coi grillini. Legge elettorale, serve il doppio turno»

Renzi: «Macronismo all'italiana per i riformisti. Il Pd ora deve scegliere se stare ancora coi grillini»
di Ernesto Menicucci
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Lunedì 25 Aprile 2022, 00:21 - Ultimo aggiornamento: 12:24

«Come va? Meglio, dopo i risultati che arrivano d’Oltralpe...». è in vena di battute, Matteo Renzi, leader di Italia Viva. Emmanuel Macron è di nuovo presidente della Francia e l’ex presidente del consiglio tira «un sospiro di sollievo, come Italia e come Europa. Quella di Macron è una grande vittoria. È la prima volta, da Chirac in poi, che il presidente francese riesce a farsi rieleggere. Sarkozy era la roupture, Hollande la risposta a Sarkò, Macron la rottura rispetto a tutti e due».

Che altro dice l’elezione francese?

«Che il ballottaggio funziona. La maggioranza razionale e ragionevole al primo turno non ce la fa, ma di fronte alla minaccia populista al secondo turno si vota il migliore, o comunque il meno peggio. Il populismo, invece non si somma quasi mai».

E se avesse vinto Marine Le Pen?

«Sarebbe stata una disfatta, per la Francia ma anche per l’Europa. Ricordiamoci che l’onda lunga populista venne inaugurata nel 2016 dalla Brexit in Inghilterra e dalla vittoria di Trump in America. Certi fenomeni non si fermano alla frontiera, il populismo non ha il passaporto».

Il macronismo è una ricetta anche per il nostro Paese?

«Ci sono due alternative: il macronismo italiano o si perdono le elezioni inseguendo la sinistra populista grillina, di chi come Conte ancora si è rifiutato di dire con chi stava tra destra e sinistra. Noi, con Macron, ci siamo sempre stati. Anche quando qualche macroniano andava dai gilet gialli di Parigi...».

E chi sarebbe il Macron italiano? Lei?

«Ma no... Non c’è. C’è stato un momento in cui le nostre traiettorie si sono passate il testimone, ma io so di non essere più quello di dieci anni fa perché ho un consenso più basso. Ma il paradosso è che più è chiaro che non possa più essere io quel riferimento, più è evidente il fatto di aver visto prima qual era la direzione da prendere».

Non c’è neppure un Melenchon? Conte magari...

«Conte è un’anima inquieta, un grande bluff».

Ed Enrico Letta?

«Deve capire cosa vuole fare da grande. Se inseguire ancora il populismo grillino oppure se vuole dare forma ad un polo riformista. Letta sta facendo un percorso molto serio, che io apprezzo. Non bisogna mettergli fretta».

Perché nasca questo polo, c’è bisogno di una legge elettorale a doppio turno, come c’è in Francia e come quella dei sindaci?

«Fino a che non c’è quella, difficilmente ci potrà essere un Macron italiano. Ma gli unici che la vogliono, la legge che io chiamo quella del “sindaco d’Italia”, la vogliamo soltanto noi di Italia Viva: non a caso era alla base dell’Italicum. Tra gli altri partiti non la vuole nessuno».

A proposito dei partiti. In Francia il risultato ha certificato la crisi di quelli “tradizionali”. È così anche da noi?

«Bisogna vedere che tipo di legge elettorale si fa e che quadro viene fuori».

Se si proiettasse con una macchina del tempo alla primavera/estate del 2023, ad elezioni avvenute, cosa vede nel sistema politico italiano?

«Credo che le contraddizioni dentro al Movimento Cinque Stelle esploderanno in maniera emblematica. E sarà interessante vedere cosa accade a destra, dove Meloni e Salvini si contenderanno la leadership a colpi di sparate populiste».

Su quali basi si dovrebbe basare il polo riformista?

«Noi siamo per il sì al nucleare e no al “no” su tutto. Sì al mercato del lavoro e no ai sussidi a pioggia. Sì alla presenza nel mondo atlantico e no all’occhio strizzato ai russi o ai cinesi. Sì alle riforme elettorali: noi combattiamo per difendere la democrazia, ma poi non la curiamo in Italia. Chi viene votato dagli elettori, deve poi avere la possibilità di governare per cinque anni. Invece da noi ogni anno, o quasi, c’è una novità: Gentiloni, Conte uno e due, Draghi».

Tornando alla Francia, la vittoria di Macron è anche una vittoria dell’atlantismo “senza se e senza ma”, specie alla vigilia di un 25 aprile dove invece i distinguo e le divisioni sono ancora presenti?

«Sì, senz’altro è così. Ma Macron ha saputo porsi con una postura diversa rispetto ad alcune esagerazioni verbali ad esempio di Biden. Il suo è stato un atlantismo ma di segno europeo».

È solo una sensazione, ma dopo la partita del Quirinale, conclusasi con la rielezione di Sergio Mattarella, lei si è un po’ eclissato?

«Sì, è vero. E sarà così fino a settembre. Preferisco parlare di temi concreti. Dell’energia, ad esempio. Oppure dell’emergenza rifugiati: sono già 100 mila, moltissimi minori. Serve un commissario speciale».

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