La partita zero: pallone sottovuoto ma fa bene a tutti

Sabato 13 Giugno 2020 di
Il pallone è tornato. Sottovuoto, ma è tornato. La prima finalista di Coppa Italia è la Juventus.
Il giorno, il luogo, le squadre, il campione: era tutto un accavallarsi di simboli dopo il fischio di “ri-inizio”, passati novantasei giorni. La sera del 12 giugno, quella di ieri, doveva essere la sera europea di Italia-Turchia all’Olimpico romano, la giovane e simpatica Italia di Mancini, prevista senza Zaniolo che invece avrà un anno di più (Roma “nun fa” la stupida, né stasera né le prossime), è stata la sera ci ha ridato il calcio che era andato perduto, insieme a tante altre anche più importanti cose della vita. Il luogo era lo stadio che ha rifatto grande la Juve, le squadre lei stessa, la più vincente d’Italia, e il Milan, il più vincente dei nostri fuori confini. Il campione era, ed è, Cristiano Ronaldo, l’icona del calcio del Terzo Millennio, soldi, sesso, salute e web, modernità esasperata di tecnica personale e tecnologia al suo servizio, spot e sport continui. C’era questo simbolismo in campo. C’è stato anche il momento della commozione e della gratitudine per un medico, un’infermiera e un’operatrice sanitaria chiamati al centro del silenzio emozionante che è durato un minuto, ma la gratitudine deve essere senza scadenza. Poi il fischio e il calcio che ha riaperto tutto. Il cuore tifoso, il cuore appassionato, l’interesse sociale ed economico generale. Era lì l’avvio della ripartenza d’Italia. Perché il calcio, pure in mezzo alle sue beghe da cortile, ha avuto alla fine quel che è suo: il riconoscimento che si tratta, piaccia o no, di un “fenomeno” che incide nella vita quotidiana di tutti gli italiani o quasi, come “industria” dal grande fatturato, un bel pezzo di Pil, e se non piace il dare e avere dei bilanci, come porzione notevolissima del “sentimento popolare”. E’ entrato a pieno diritto nei DCPM (decreti del presidente del consiglio), non più soltanto oggetto di passerelle della vittoria, com’era stato considerato fino ad oggi. Non ha solo la campanilistica portata del tifo: è di più, molto di più, anche se mai dovrebbe perdere di vista la casa che ha nel cuore e nella partecipazione popolare. 
 E’ un altro calcio quello che è ripartito, ma intanto “è”. Qualcuno leggendo distratto il tabellino dirà che è come prima: il rigore pro Juve e l’espulsione del rossonero Rebic. Ma c’erano tutte e due le cose. E’ un calcio per ora nel “plexiglas”, ma domani chissà… E ci sarà di nuovo, dopo questo prologo di Coppa Italia (le semifinali di ieri e oggi, la finale del 17) il ritorno del campionato. Che, con la nuova disposizione che mette in quarantena solo l’eventuale positivo al Covid e non tutta la squadra, dovrebbe arrivare fino alla conclusione fuori dalla lotteria del playoff o dallo strampalato algoritmo: il pallone vuole il campo. L’ha riavuto e questo è il segnale vero della “ripartenza”: dello sport, dell’Italia, del vivere quotidiano. “Dai un pallone a un bambino e saprai cos’è la felicità” disse un giorno una teologa. Ultimo aggiornamento: 09:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Piero Mei
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