Ghosn, il caso che mette il Giappone in imbarazzo

Lunedì 30 Novembre 2020 di

“Il sistema penale giapponese, soprattutto nella fase istruttoria, non rispetta i diritti fondamentali della difesa, e nel caso specifico si ritiene che l’indagato abbia il diritto ad un risarcimento”. Così, nero su bianco, si legge nel “parere” – non vincolante ma certamente autorevole e imbarazzante per il governo di Tokyo – espresso da una commissione delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulla lunga detenzione preventiva di Charlos Ghosn, l’ex manager del gruppo Nissan-Renault arrestato un paio di anni fa in Giappone per una serie di presunti reati finanziari e poi fuggito di notte, nascosto in una custodia per contrabbasso. 


Dopo quella del rapporto Doudou Diene del 2006 (http://www.debito.org/rapporteur.html#jan2006report) in cui il rappresentante della Commissione Diritti Umani dell’Onu denunciava la presenza di diffuse e pesanti discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche (Ainu, coreani, cinesi, ma non solo) si tratta della più grave ed imbarazzante denuncia contro un Paese del G7, noto per la particolare efficienza del suo sistema giudiziario e del basso tasso di criminalità. Una denuncia che il governo giapponese ha immediatamente e sdegnosamente respinto e criticato, accusando la commissione di esperti di non aver elementi sufficienti per esprimere un simile giudizio. Il che, per quanto riguarda il caso specifico può anche essere vero: la commissione, nonostante l’avesse più volte richiesto, non ha avuto accesso alle fonti dirette (polizia, procura), che si sono trincerate dietro il “segreto istruttorio”. Ma è anche vero che dietro l’apparente efficacia del sistema (il 99.9% dei processi penali termina con una condanna, anche se solo un terzo delle indagini sfocia in un rinvio a giudizio, grazie alla discrezionalità dell’azione penale e dunque all’enorme potere di polizia e pm nell’istruire o meno un processo), esistono aspetti obiettivamente incompatibili con una società democratica che rispetti anche i diritti dell’imputato e dell’indagato. 


Si pensi al pressoché impenetrabile, financo ai difensori, sistema del daihyo kangoku, i centri di detenzione della polizia presso i quali si svolge, senza la presenza degli avvocati e di un giudice, la prima, spesso estenuante e decisiva fase istruttoria, volta ad ottenere una “piena e spontanea” confessione. La legge prevede fino a 23 giorni di detenzione, rinnovabili e per singolo addebito. Una “pressione”, spesso solo psicologica ma talvolta anche fisica, che pochi riescono a sopportare, e che li porta a confessare comunque, pur di tornare in libertà. 
Ma non è il caso di Ghosn, che invece ha mantenuto il silenzio assoluto, rifiutando ogni tipo di “collaborazione” con le autorità inquirenti, convinto che solo il dibattimento pubblico avrebbe potuto garantire un equo processo. Obiettivo che secondo alcuni non coinciderebbe con quello del governo giapponese, che avrebbe preferito una anche parziale ammissione di responsabilità e un patteggiamento extra-giudiziario, essendo il vero obiettivo quello di sbarazzarsi comunque di Ghosn e del suo progetto di fusione organica e definitiva tra Nissan e Renault, temuto e inviso dai dirigenti della società giapponese e da alcuni politici locali, compreso l’ex premier Shinzo Abe.


Le cose poi, come si ricorderà, sono precipitate. Dopo la lunga detenzione preventiva (108 giorni in una cella di 6 mq, luce accesa 24 su ore 24, improvvisi ed estenuanti interrogatori senza la presenza degli avvocati), e parecchi mesi di arresti domiciliari con condizioni “disumane” (le regole imposte prevedevano persino il divieto di frequentare la moglie convivente) Ghosn riuscì ad organizzare una rocambolesca fuga (si nascose dentro una custodia per contrabbasso, beffando gli addetti alla sicurezza di un piccolo aeroporto locale), grazie alla collaborazione/complicità di un paio di ex marines, oggi detenuti negli Usa e di cui il Giappone chiede l’estradizione. 


Il Giappone, la cui immagine del sistema giudiziario e di controllo delle frontiere ha subito un grave colpo, chiede ovviamente anche l’estradizione di Ghosn, anche perché senza la sua presenza fisica il processo non si può tenere: l’ordinamento giudiziario giapponese non prevede infatti il processo in contumacia. Ma il Libano, Paese dove attualmente l’ex manager risiede e di cui possiede, assieme a quella francese e brasiliana, la cittadinanza, ha già fatto capire che non ha nessuna intenzione di concederla. In questo scenario, Ghosn può dormire sonni tranquilli. E, tanto per sfizio, far causa al Giappone per l’ingiusta detenzione subita.
 

Ultimo aggiornamento: 00:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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