Gianfranco Viesti
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La gestione del Pnrr/ La Capitale e quei poteri necessari per ripartire

di Gianfranco Viesti
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Giovedì 2 Dicembre 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 01:29

L’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) rende ancora più urgente, e decisivo, il tema dei poteri speciali per Roma. Non è difficile spiegare il perché.

Le misure del Pnrr sono state affidate in agosto ai diversi Ministeri, che in queste settimane stanno provvedendo ai provvedimenti di attuazione. In alcuni casi essi gestiscono direttamente le risorse. Ma in molti altri casi le affidano, con piani di allocazione o con bandi competitivi, ad altre amministrazioni. Saranno poi queste ultime ad occuparsi della realizzazione degli interventi previsti.

In questo processo, un ruolo centrale sarà giocato dalle Amministrazioni comunali, specie quelle delle grandi città. Basti ricordare che a fine settembre sono stati assegnati alle città 2,8 miliardi per il programma qualità dell’abitare del ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili; a ottobre i 2,5 miliardi per i piani integrati su cui le città metropolitane devono individuare entro 120 giorni i progetti; e sono stati allocati 3,6 miliardi (di cui 2,4 per nuovi progetti) per lo sviluppo del trasporto rapido di massa. 

Sono appena state ripartite per Regione le risorse per asili e scuole su cui i Comuni dovranno candidare progetti. Altre risorse saranno allocate specie per i servizi socio-sanitari e per la cultura. Complessivamente si stima che le Amministrazioni comunali saranno responsabili della realizzazione di circa 70 miliardi di nuovi investimenti pubblici, specie fra il 2023 e il 2025. Sarà cruciale che esse abbiano capacità non solo di partecipare ai bandi e di acquisire finanziamenti, ma anche di progettare, mettere a bando, realizzare, completare le opere prima del 2026.

Ma il successo del Piano non dipende solo dalla realizzazione dei singoli interventi; esso dipende anche e soprattutto dalla loro capacità di farli interagire, di integrarli in una visione comune; di usarli come tasselli di grandi strategie delle città. E quindi di una vera e propria strategia urbana nazionale, che purtroppo da decenni manca nel nostro Paese. E, per fortuna, non c’è solo il Pnrr: le leggi di bilancio di qui al 2026 accompagneranno auspicabilmente (come già si sta vedendo per i trasporti) gli interventi definiti con la Commissione Europea con ulteriori investimenti.

E non è finita. Ciò che conta davvero non è la mera realizzazione degli investimenti, la costruzione delle opere; ma la circostanza che esse siano in grado di determinare un sensibile miglioramento per la vita dei cittadini e per l’efficienza delle imprese. Che da queste opere scaturiscano nuovi servizi: per la mobilità, scolastici, sociali, di trasporto. Per questo è necessario che le amministrazioni disegnino modelli gestionali innovativi ed efficienti per la loro erogazione, con la partecipazione dei cittadini, singoli e associati, e delle organizzazioni del terzo settore. Lo sviluppo delle città è anche, molto, una questione di partecipazione e condivisione da parte della cittadinanza. È poi necessario che le amministrazioni dispongano delle risorse correnti per finanziare a regime i servizi, evitando il rischio (terribile, ma purtroppo esistente) che opere realizzate con le risorse del Pnrr siano completate ma poi restino inutilizzate.

Insomma, questo grande piano di investimenti richiede una straordinaria qualità ed efficacia dei Comuni. Di tutti i Comuni italiani: perché c’è, ancora, il rischio che le risorse e gli interventi finiscano per concentrarsi nelle città più forti, con amministrazioni più solide e che possono giovarsi del sostegno delle fondazioni ex bancarie e delle tante progettazioni private. È più facile aggiungere interventi straordinari dove l’ordinario già funziona meglio. Ma questo sarebbe un esito deleterio per il Paese. 

Ovunque in Italia, ma particolarmente nel Centro-Sud c’è bisogno di un’azione determinata, solo molto parzialmente in corso, di rafforzamento straordinario e ordinario delle Amministrazioni comunali; del sostegno attivo di soggetti, prima fra tutti la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), tanto nelle progettazioni quanto nella gestione operativa dei progetti. Sarebbe bene che la Cdp, coerentemente con il suo piano industriale appena approvato, considerasse questa la sua grande missione per questo scorcio del XXI secolo, così come è stata per decenni quella di finanziare mutui. 

E tutto questo ci porta direttamente a Roma e alla questione dei nuovi poteri per la Capitale. Perché ai tradizionali argomenti, più volte ricordati sulle colonne di questo giornale, relativi ad esempio alla condizione particolare della città perché capitale o perché straordinariamente estesa, si sommano le questioni appena riassunte.

Il Piano non può essere solo l’esecuzione di tante opere; ma l’occasione per una trasformazione profonda del Paese, a partire dalla capacità delle sue città di pensarsi strategicamente, di organizzarsi in modo partecipato ed efficiente. Da questo punto di vista, per Roma non si può aspettare il 2026, ma neanche il 2022. È questo il momento di accompagnare le oltre 500 scadenze che il Governo deve rispettare con l’Unione Europea, con un impegno altrettanto stringente: questo di mettere la Capitale nella condizione di avere al più presto poteri, competenze, risorse all’altezza non solo del suo ruolo, ma anche dei grandi cambiamenti che, auspicabilmente, si realizzeranno nel prossimo quinquennio. Va fatto perché è importante per il futuro dell’intero Paese; senza legare, con un collegamento che sarebbe davvero improprio ed inopportuno, questo dossier ad altri assai più controversi, come quelli sull’autonomia regionale differenziata.
 

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