Divario da colmare/ Scuole chiuse un danno alle eccellenze del domani

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di

È la questione fondamentale del post-Covid, quando arriverà. Ed è questa: come si rinnova il nostro Paese, come si fa rinascere l’Italia nei prossimi anni? La risposta è semplice da enunciare ma difficile da praticare: puntando sull’eccellenza della futura classe dirigente, su élite capaci di diventare tali, formate sul criterio della competenza, consapevoli che nella sfida sul mercato internazionale dei cervelli - quella che decide chi decide nei singoli Paesi e sullo scacchiere del mondo - bisogna starci ben attrezzati e senza perdere un giro. 


E invece, purtroppo, il giro noi lo stiamo perdendo. Se esci dal liceo italiano, dopo che tra lockdown e chiusure successive hai interrotto o comunque indebolito la tua formazione, e ti confronti con studenti di altri Paesi - Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, le cui scuole di ogni ordine e grado sono rimaste aperte - non può che incidere il gap che si è creato tra chi il giro non lo ha saltato e chi è stato costretto a saltarlo.


Questo svantaggio italiano, magari replicabile anche nel prossimo anno e in quelli successivi se il virus non viene stroncato presto e bene, non può che manifestarsi lì dove si formano le classi dirigenti del mondo e delle varie nazioni. 


Cioè nelle università prestigiose dell’Europa - Cambridge, Oxford, la Sorbona, l’università di Berlino e altri atenei di superqualità ognuno nel suo campo - e dell’America come Harvard, Princeton e via dicendo. 


Se si fa il bilancio di ciò che si impara, togliere un anno - e magari anche due - non è poco per un giovane che aspira all’eccellenza. E qui non si tratta affatto di criticare la chiusura delle scuole italiane - anzi è assolutamente dovuta, considerando l’edilizia scolastica che impedisce un vero distanziamento, la carenza dei trasporti che favorisce il virus, le palestre da assembramento e le altre cattive condizioni che non esistono altrove - ma di sottolineare una disparità tra l’Italia e i suoi competitor che rischia di avere conseguenze sul medio termine tutte a nostro svantaggio. Occasioni lavorative in meno se ci si forma a singhiozzo, minori capacità di rivaleggiare - ma anche di interagire ad alto livello - con i coetanei stranieri se quelli arrivano nelle università importanti nella pienezza della preparazione e i nostri figli o nipoti no. 


Per misurare la competitività di un Paese esistono vari indicatori, e uno dei primi è quello della formazione che dev’essere di qualità e continua. La forza di un sistema e la qualità di una classe dirigente sono collegate a questo. E non si può, pur ribadendo la necessità della chiusura scolastica e della Dad finché non cambiano davvero i dati epidemiologici, tacere questo problema rilevantissimo. Non si può perdere la competizione sul fronte dell’eccellenza conoscitiva perché da questa deriva la forza di un Paese rispetto agli altri e di un Paese rispetto al proprio avvenire. 


La potenza di Roma, nei tempi antichi, si basò sul primato del sapere. Sulla ragione, sul logos, sulla ratio: e sono questi gli ingredienti che si maneggiano e si introiettano, quando va bene, nei più prestigiosi luoghi d’istruzione del mondo, nei quali spesso gli studenti italiani sono arrivati ben preparati (parliamo ovviamente di una fascia culturale, e non per forza sociale, alta) ma questa condizione di partenza non è più garantita ultimamente a causa della serrata dei licei. Se non c’è una rigenerazione o una «rinnovazione», come la chiama Machiavelli, la repubblica muore. E non può esserci una spinta vitale al cambiamento, se manca una dotazione culturale solida e la lucida consapevolezza a farla contare nei luoghi che contano. 


Una politica seria dovrebbe pensare a un sistema tale che aiuti la formazione dell’eccellenza anche in tempi di Covid, perché il dopo richiederà capacità professionali ancora più sofisticate - «Conoscere per deliberare», era il motto di Luigi Einaudi - di quelle che servivano prima. Il fatto è che non si diventa vera élite se non si va all’estero a studiare, a fare esperienze, a imparare la conoscenza canonica ma anche a praticare la cosiddetta tacit knowledge cioè il sapere tacito, quello che non deriva direttamente dai libri ma dalle reti di persone di valore, dalla condivisione di orizzonti e di progetti, da un idem sentire tra migliori (almeno potenzialmente) e questo negli atenei di eccellenza internazionale sono condizioni esistenti. Non bisogna però arrivarci deboli, perché la debolezza dei nostri ragazzi equivarrebbe alla fragilità di un Paese. E l’Italia non può permettersela.

 

 

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