Alessandro Campi
Alessandro Campi

Il picco astensione/Il segnale ai partiti che arriva dalle urne

di Alessandro Campi
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Mercoledì 6 Ottobre 2021, 00:11

Ci si è chiesti spesso, nei mesi scorsi, quali sarebbero stati gli effetti del governo Draghi sulla scena nazionale. Il primo eccolo, reso evidente dal voto amministrativo: la dissociazione (potenzialmente molto pericolosa per una democrazia) della politica dai partiti. 

La prima, in questa fase storica, è competenza sempre più esclusiva dell’attuale presidente del Consiglio: lui istruisce i dossier, fissa le priorità strategiche, gestisce le risorse, interloquisce coi grandi del mondo, insomma decide. La “grande politica”, nell’Italia odierna, la fa un non-politico, un senza-tessera.

Quanto ai partiti, che pure gli garantiscono un ampio sostegno parlamentare, l’impressione da quando c’è lui è che contino poco o niente, ovvero sempre meno, essendo peraltro da un pezzo uno strumento politico screditato sul piano dell’immagine e oggettivamente malfunzionante per eccesso di obsolescenza o per mancanza di autentica innovazione. Ma se così è perché prendersi la briga di uscire da casa per votarli? 

E infatti metà circa degli italiani non sono andati alle urne, essendo appunto l’astensionismo di massa – che si spiega anche con ragioni più contingenti: perché votare quando il risultato finale è già acquisito (vedi Milano o Bologna)? – il dato più eclatante e preoccupante di quest’ultima consultazione.

Molti di questi non votanti sono soprattutto d’area moderata o simpatizzanti del centrodestra. E qui si apre il capitolo degli errori che avrebbero fatto Salvini e la Meloni. 

Hanno scelto, peraltro tardi, i candidati sbagliati, come si continua a ripetere? In realtà, hanno scelto i candidati giusti, dal loro punto di vista, ma a partire da un ragionamento sbagliato. Che sarebbe bastata la loro esuberante presenza mediatico-propagandistica per supplire la mancanza di notorietà di alcune delle personalità prescelte. Hanno pensato, sbagliando, di poter proiettare sulla sfera locale, dove invece contano soprattutto la credibilità e lo status sociale dell’aspirante sindaco, la forza della loro leadership.

Sono inoltre arrivati tardi a cavalcare la stagione del civismo, quando cioè nessun esponente di peso della società civile, a meno che non sia straordinariamente incosciente o vanitoso, ormai pensa di rovinarsi la vita andando a fare l’amministratore locale: pochi soldi da spendere, compensi miserandi per il ruolo, i cittadini sempre arrabbiati, la magistratura e la stampa in agguato. 

Ma la cosa più paradossale è che i due capi del centrodestra, capaci in altri tempi di fiutare l’aria che tira e di lucrarci sopra, hanno dimostrato di conoscere poco i loro stessi elettori. Spesso piccoli imprenditori, medi professionisti, pensionati, casalinghe economicamente e psicologicamente stremati dalla pandemia, che dunque hanno accolto come una liberazione la possibilità di vaccinarsi e di tornare a una vita un po’ normale. Costoro davvero non hanno capito la contrarietà ideologica al Green pass, da posizioni libertarie, dei loro paladini politici. E non avendo capito non hanno votato. Oltre ad essersi forse un po’ stancati di un’oratoria, quella melonian-salviniana, strutturalmente ansiogena e aggressiva, sempre all’attacco, martellante e polemica, poco aderente al bisogno di serenità sentito oggi dalla gran parte dei loro stessi elettori.

Su queste basi il centrodestra ha dunque perso, ma il centrosinistra – attenti ai facili entusiasmi – non ha stravinto. Ha confermato la sua egemonia sui grandi centri urbani, più aperti al vento del cambiamento e alle mode culturali, ma l’Italia territorialmente è un susseguirsi di aree interne, territori periferici, provincie lontane dai grandi flussi della globalizzazione, zone arroccate su posizioni di tradizionalismo sociale anche quando sono economicamente dinamiche (vedi il Veneto o certe aree della Lombardia, dove infatti è risultato ancora molto forte il centrodestra a trazione leghista).

Alle politiche, per capirci, sarà un’altra partita, sempre che nel centrodestra finisca la corsa autolesionistica alla leadership tra Fratelli d’Italia e Lega e sempre che questi due partiti, appresa la lezione delle urne, si mettano a fare le battaglie giuste: meno allarmi sull’immigrazione selvaggia o la dittatura sanitaria, più ricette realistiche su lavoro, fisco, scuola, protezione sociale, rilancio produttivo dell’Italia, modernizzazione della macchina statale, ecc. Magari, chissà, si ricorderanno che anche la destra può parlare di ambiente, invece di star lì a fare gli spiritosi su Greta Thumberg. 

Ciò detto, il Pd e Letta escono certamente rafforzati da questo voto. L’idea del campo largo, di coalizioni estese dal centro alla sinistra radicale, ha funzionato a livello locale. Ci si chiede se possa funzionare anche sul piano nazionale. L’esperienza pregressa – vedi l’Ulivo prodiano – ci dice di no. Imbarcando tutti si vince, ma poi si governa male.

Semmai Letta potrebbe approfittare di questo buon risultato per dare una definitiva raddrizzata al suo partito, da un lato mettendo all’angolo gli oligarchi che per anni si sono fatti la guerra al suo interno, mangiandosi tutti i segretari, dall’altro ridefinendone il profilo progettuale e strategico. Al momento ci si accontenta di definirsi “progressisti” ed “europeisti”: fa cool e dà l’idea che si stia cavalcando lo spirito del tempo, ma dice politicamente poco. 

In realtà, la questione del “riformismo”, istituzionale ed economico-sociale, nella sinistra italiana continua ad essere la vera discriminante. Quelle riforme, cioè quei cambiamenti strutturali, per fare le quali c’è appunto voluto un tecnico, mentre la sinistra si baloccava con l’ideologia a costo zero dei diritti civili o si arroccava su posizioni di conservatorismo costituzionale e di mera difesa dello status quo in termini di potere statal-burocratico.

Nel Pd, prima di lavorare sulle alleanze (a partire da quella eventuale con il partito di Conte), c’è una mentalità da cambiare.

Si arriva così al M5S, il grande sconfitto di questo voto alla fine di una parabola più unica che curiosa. Dal momento che parlava di rivoluzione digitale e di transizione energetica quando non era di moda, esso sarebbe potuto essere il vero partito dell’innovazione e del futuro, attraente soprattutto per le componenti sociali dinamiche di questo Paese (i giovani di cultura post-analogica, gli imprenditori innovativi, i professionisti nel campo dei servizi nelle aree urbane). 

Invece, nel Nord industriale i grillini non hanno mai attecchito, sino a sparire oggi, e quando hanno preso il governo di città-simbolo come Roma e Torino hanno nascosto il loro non-fare o non-voler fare dietro la bandiera sulla carta inattaccabile della legalità: onesti, ma inetti.

Da visionari post-moderni che erano alle origini, prima si sono accontentati di raccogliere il consenso delle periferie arrabbiate e frustrate nel nome della lotta alla politica di professione e del risentimento sociale, poi hanno cavalcato il giustizialismo e le manette per tutti, poi si sono convertiti all’assistenzialismo di Stato in stile vecchia Democrazia cristiana, adesso – sotto la guida di Conte – potrebbero diventare una sorta di stampella centrista-moderato-pragmatica dell’unione progressista guidata dal Pd di Letta. Un triste destino che rischia di condurli a una lenta estinzione. Un’occasione in fondo persa per la politica italiana.

Questa dunque la fotografia sommaria del voto, tra smottamenti, convulsioni, tormenti e delusioni. Laddove l’unica certezza politica per gli italiani, oltre i partiti, è quella che anche in occasione di questo voto si è materializzata col suo stile ormai inconfondibile: Draghi, che in conferenza stampa fa gli auguri al Nobel italiano, annuncia in cinque minuti l’approvazione del disegno di legge delega fiscale e poi se ne vola in Slovenia per un incontro internazionale. E chi ci sta, ci sta.
 

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