Unicredit-Mps, salta la fusione: rottura col Tesoro

L’ad Orcel chiude: posizioni inconciliabili su perimetro degli asset, fisco e dipendenti. Il Piano B prevede ora uno slittamento di almeno un anno della privatizzazione

Unicredit-Mps, trattativa con il Tesoro verso lo stop: «Troppe distanze»
di Rosario Dimito
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Sabato 23 Ottobre 2021, 17:13 - Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 14:44

É rottura tra Unicredit e Tesoro su Mps. Nelle ultime ore i contatti fra le parti hanno accertato l’impossibilità di giungere a un compromesso che facesse sopravvivere la lettera di intenti del 29 luglio e consentisse la privatizzazione dell’istituto senese sotto le insegne di Unicredit. Ed è molto probabile che già oggi venga ufficializzata la fine del negoziato.
Come anticipato ieri dal Messaggero, si sono rivelate inconciliabili le posizioni del ceo Andrea Orcel disponibile per uno spezzatino di circa il 65% dell’attivo di Rocca Salimbeni con un costo per il Tesoro dell’ordine di 7 miliardi in conto aumento di capitale per far fronte ai 2,5-3 miliardi necessari a equiparare il Cet1 di Mps (10,6%) a quello di Unicredit (15,1%), 3,1 miliardi circa per spesare i 7 mila esuberi considerando che i dipendenti senesi costano di più essendo mediamente distanti dalla soglia pensionistica e 2,2 miliardi di svalutazioni su crediti. Il tutto al netto di circa 2 miliardi di Dta (crediti fiscali) computabili in linea capitale di cui il governo ha esteso la possibilità di conversione a metà 2022 con una mossa che il mercato riteneva potesse agevolare un esito positivo della trattativa.

Nuovo scenario

Ora per Montepaschi si apre un altro scenario dove obtorto collo il Mef dovrà sfoderare il piano B che poggia, preliminarmente, su uno slittamento almeno di un anno della scadenza di fine 2021 fissata a luglio 2017 per la privatizzazione da concordare con Bruxelles. E’ chiaro, che in cambio di più tempo, sia la Commissione Ue che la Vigilanza Bce chiederebbero una discontinuità nella gestione con la sostituzione dell’attuale vertice e un piano ancora più drastico in termini di taglio di costi e di dimagramento del gruppo. In questo contesto potrebbero tornare in scena sia Mcc sia Amco, che fino all’altro giorno si muovevano quali partner ancillari di Unicredit rispettivamente per acquistare fino a 130 delle 300 filiali da dismettere per quote di mercato Antitrust e per cartolarizzare 4 miliardi di sofferenze. Nell’immediato comunque Bce potrebbe pretendere una ricapitalizzazione di circa 2,5-3 miliardi già paventata in caso l’istituto resti stand alone.

Le quattro lettere

I rapporti fra Unicredit e Mef si sono sfilacciati inesorabilmente a partire da sabato 16 ottobre quando da Via XX Settembre sono state rilanciate le basi di un accordo che nei fatti confutava la linea di Unicredit, dal primo momento attestato sul concetto di neutralità sul proprio capitale dell’acquisizione del perimetro di attività Mps selezionato. Ciò, peraltro, presupponeva un accrescimento significativo dell’utile per azione dopo aver considerato le possibili sinergie dell’operazione, o al più il mantenimento dei livelli attuali di utile per azione anche prima di tener conto delle possibili sinergie al 2023.

L’ultimo tentativo

Per il Tesoro i contorni del perimetro selezionato comprendono l’intero gruppo, quindi Banca Mps e tutte le partecipate, al netto degli Npl, dei rischi, dei contenziosi, delle coperture di una parte dei crediti e delle circa 300 filiali eccedenti. E’ evidente che l’acquisizione dell’intero gruppo è cosa diversa dal perimetro più ristretto proposto da Orcel (Mps più la banca online Widiba ma senza Capital services, Factoring, Leasing, Consorzio operativo) nelle ricadute sul capitale di Unicredit.
Durante la trattativa ci sarebbe stato uno scambio di almeno quattro lettere fra Roma e Milano in cui ciascuno ribadiva le proprie posizioni. E a nulla sono valsi i 10 giorni circa di time out forzato imposto dalla necessità di non turbare la campagna delle elezioni suppletive del 3 ottobre che è valsa l’elezione di Enrico Letta nel seggio di Siena lasciato vacante da Piercarlo Padoan, già ministro del Tesoro ai tempi del salvataggio di Stato e da ottobre 2020 al vertice del gruppo Unicredit. 
L’ultimo tentativo effettuato dal Tesoro otto giorni fa, probabilmente per smuovere la controparte, puntava a far rientrare nel perimetro i 2.100 dipendenti della direzione generale di Rocca Salimbeni che da subito Orcel avrebbe detto di non volere. Sarebbe stata questa forzatura a convincere Orcel che la strada dell’accordo era ormai chiusa. 

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