Sanzioni Russia, Fabrizio Di Amato: «Su molte eccellenze del Made in Italy le restrizioni peseranno duramente»

Fabrizio D'Amato: «Su molte eccellenze del Made in Italy le restrizioni peseranno duramente»
di Rosario Dimito
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Domenica 27 Febbraio 2022, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 11:59

«Alcune sanzioni possono essere inefficaci o, peggio, controproducenti». Al telefono Fabrizio Di Amato, presidente e azionista di controllo di Maire Tecnimont, gruppo leader nella tecnologia, ingegneria e costruzioni per la trasformazione delle risorse naturali, presente in 50 paesi, con ricavi vicino a 3 miliardi, ritiene rischiose alcune delle misure della Ue per contrastare l’invasione della Russia a Kiev. E’ uno degli imprenditori italiani che ha più titolo per esprimersi, perché Maire Tecnimont opera all’Est dagli anni ‘60, ha in corso tre progetti nel Paese (petrolchimico e trattamento gas) e ha accompagnato lo sviluppo industriale russo, anche se negli ultimi anni la strategia è stata deviata verso il Medioriente. Con Il Messaggero, Di Amato affronta le tematiche legate alle conseguenze dell’azione militare sull’Ucraina rispetto all’interscambio con l’Europa e l’Italia. 

Quale impatto avrà la crisi russo-ucraina sull’Italia?
«Per il sistema delle aziende italiane esportatrici, questa crisi mette a rischio una grande tradizione di interscambio. La nostra esperienza ci dice che il mercato russo è sempre stato molto profondo, stabile, fatto di player corretti, che apprezzano la tecnologia e la qualità dei prodotti italiani. Ora questo patrimonio di cooperazione economica è fortemente a rischio».

Le sanzioni saranno un mezzo per favorire la tregua?
«Dipenderà dal perimetro delle attività che saranno sanzionate. Purtroppo, lo strumento delle sanzioni, come abbiamo visto già in altre occasioni, non sempre si è rivelato efficace per il sanzionato, mentre quasi sempre danneggia il sanzionatore. Mentre cioè l’Italia e i Paesi occidentali perderebbero quote di export, c’è un grande pericolo che esse siano sostituite da altri paesi, Cina in testa. Sono certo, comunque, che le aziende italiane, che già in passato hanno gestito con diligenza ogni regolamento, sapranno anche in questo caso affrontare la situazione, a condizione che le autorità le supportino».

Ci saranno conseguenze per la situazione dell’energia in Italia. Quali?
«Nel breve, questa crisi potrà avere un ulteriore impatto negativo in una situazione già difficile. Essa dimostra che la strategia energetica nazionale non può essere gestita con politiche di breve termine o con il populismo, che nel suo illogico immobilismo ci ha reso fragili e ricattabili nelle crisi internazionali. Dieci anni fa, abbiamo perso la sfida dei rigassificatori: ricordo bene i casi di progetti pronti e mai realizzati a Brindisi e a Porto Empedocle».

E adesso?
«Rischiamo di ripetere gli stessi errori, ad esempio, sulle nuove estrazioni di gas, che potrebbero contribuire nel tempo ad un riequilibrio della produzione nazionale; spero che questa crisi qualcosa stia insegnando ai professionisti del no».

Ritiene che a proposta di Draghi di riaprire le centrali a carbone possa funzionare?
«È la misura di quanto sia drammatica la situazione. Chiaramente la vera soluzione, che non risolve l’emergenza immediata, è spingere al massimo le autorizzazioni per le energie rinnovabili e l’economia circolare». 

La transizione green ci renderà meno dipendenti dall’estero?
«La transizione green sarà una grande occasione per il nostro paese se si aprirà un nuovo ciclo industriale. Il punto critico per una reale elettrificazione sarà la velocità di installazione delle rinnovabili. Con riferimento agli idrocarburi, dovremo gestire ed accompagnare la progressiva sostituzione delle fonti fossili e dei loro derivati che oggi importiamo, con nuove forme di chimica verde autoprodotta, che però avrà bisogno di tempo per essere industrializzata. L’economia circolare invece, in quest’ottica, è un’opportunità attuale, in cui l’Italia ha una leadership, per risolvere il cronico ritardo negli impianti di trattamento rifiuti. Per questo credo che il PNRR sia un’opportunità storica da non sprecare».

Come si fa a conciliare la transizione green senza mettere in crisi intere filiere industriali del paese? 
«La transizione green può avere altissimi costi sociali se non guidata. Occorre puntare sull’industria italiana che ha tecnologia, ingegneria e manifattura innovativa. Un’idea concreta, ad esempio, è riconvertire le aree industriali in crisi, collocando lì nuovi impianti di economia circolare e chimica verde. Dico spesso che i rifiuti si possono considerare il petrolio del terzo millennio. Questi nuovi giacimenti possono essere valorizzati riutilizzando siti già con infrastrutture, senza consumo di nuovo suolo»

In Italia vi sono decine di siti problematici, come le vecchie raffinerie, le centrali dismesse: si possono trasformarle vero?
«Sì ci sono tante aree che per varie ragioni negli anni passati hanno subito un processo impressionante di deindustrializzazione. Possiamo trasformare questo problema in un’opportunità. La nostra proposta per lanciare 12 distretti circolari verdi in 10 regioni italiane va proprio in questo senso. Abbiamo calcolato che realizzare un piano di questo genere significa mobilitare un volume di investimenti pari a oltre 4 miliardi di euro complessivi».

Questa soluzione darebbe una risposta al problema di come reintegrare la forza lavoro in queste aree di crisi?
«Assolutamente sì. Avviando un nuovo ciclo di industria green, creeremmo le condizioni per ricollocare le maestranze presenti, che hanno competenze preziose, che possono essere riqualificate attraverso un grande piano di formazione. Inoltre, questo piano rappresenta una grande opportunità per i giovani, dato che i nuovi impianti sono sempre più digitali. Ci occorrono i tecnici della transizione energetica».

In che termini le imprese italiane possono contribuire a questa nuova strategia energetica?
«Con i loro progetti, con le loro tecnologie, con le competenze. E con un senso di responsabilità verso il paese. Gli imprenditori devono fare un passo avanti. Possiamo e dobbiamo contribuire a questa trasformazione ecologica e digitale. Le istituzioni e l’opinione pubblica devono avere più fiducia verso il settore privato, troppo spesso guardato con sospetto e tenuto ai margini della programmazione. Questa emergenza energetica ci dimostra che potremo affrontarla solo unendo tutte le energie positive del paese».
 

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