PENSIONI

Pensioni, oltre 267.000 uscite con quota 100 nel 2019-2020: «Molto meno delle attese»

Martedì 16 Febbraio 2021
Pensioni, oltre 267.000 uscite con quota 100 nel 2019-2020: «Molto meno delle attese»

Pensioni. Sono oltre 267.000 le persone andate in pensione con Quota 100 nel 2019-2020, un numero «molto inferiore rispetto alle previsioni legate alla misura del Governo gialloverde che stimavano nel triennio quasi un milione di uscite». È quanto emerge dal Rapporto Itinerari previdenziali presentato oggi.

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Nel solo 2020 le persone uscite con Quota 100 sono state 117.034, un numero inferiore a quelle andate a riposo con la pensione anticipata (176.924), ovvero dopo aver raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi se donna) e aver atteso il periodo di finestra mobile.

 

 

Il rapporto

Nel 2019 le donne rappresentano il 51,9% dei pensionati, ma percepiscono il 43,9% dell'importo lordo complessivamente erogato per pensioni (168.884 milioni di euro sono pagati agli uomini e 132.023 milioni alle donne). Sul totale delle prestazioni erogate - previdenziali, assistenziali e indennitarie - le donne percepiscono un reddito pensionistico medio pari a 15.857 euro, reddito che nel caso degli uomini sale invece a 21.906 euro. Un divario che trova reale riscontro nei numeri ma del quale spesso non vengono analizzate le motivazioni, dando spazio a imprecisioni e falsi miti. È quanto emerge dall'VIII Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentato quest'oggi nel corso di una conferenza stampa svoltasi alla Camera dei Deputati. Come rilevato da Itinerari Previdenziali, le pensionate registrano solitamente un maggior numero di prestazioni pro capite, in media 1,51 a testa contro le 1,32 degli uomini. Nel dettaglio, le donne rappresentano il 58,5% dei titolari di 2 pensioni, il 68,8% dei titolari di 3 pensioni e il 71% dei percettori di 4 e più trattamenti. Prevalgono nel caso di pensioni ai superstiti (87,2%) e di prestazioni prodotte da «contribuzione volontaria», solitamente modeste a causa di bassi livelli contributivi, tutte ragioni per le quali molte pensionate beneficiano di importi aggiuntivi, integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, quattordicesime mensilità e altre misure di matrice assistenziale. «Affermare dunque, con un'elementare operazione di divisione, che le donne ricevono prestazioni inferiori agli uomini è sì corretto dal punto di vista formale ma non da quello sostanziale. Tanto più se si considera che la situazione del sistema previdenziale italiano non fa che riflettere l'andamento del mercato del lavoro il quale, malgrado segni di lento e progressivo miglioramento, si caratterizza tuttora e soprattutto nel Mezzogiorno per tassi di occupazione e livelli retributivi poco favorevoli alle lavoratrici e, dunque, alle pensionate», spiega il Rapporto.

Gli importi

«Oltre la metà delle pensioni è di importo inferiore a 1.000 euro al mese» è un luogo comune da sfatare perché non considera che un pensionato può essere contemporaneamente beneficiario di più prestazioni che si cumulano tra loro. È quanto emerge dall'VIII Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, presentato quest'oggi nel corso di una conferenza stampa svoltasi alla Camera dei Deputati. La pubblicazione, curata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su base dati del Casellario Centrale dei pensionati Inps, dimostra infatti come in realtà la convinzione che oltre la metà dei pensionati percepisca meno di 1.000 euro sia un «falso mito da sfatare, scorretto sia dal punto di vista sostanziale dell'analisi sia sotto il profilo di una corretta comunicazione dei temi previdenziali, in particolare nei confronti delle giovani generazioni». Nel dettaglio, Itinerari Previdenziali illustra i 'verì importi delle pensioni. «Nel 2019 su un totale di 22.805.765 prestazioni erogate, -si legge nel Rapporto- quelle di importo fino a una volta il trattamento minimo (513,01 euro mensili) sono poco meno di 7,9 milioni (7.882.121 per l'esattezza), ma i pensionati che poi ricevono effettivamente un reddito pensionistico fino a una volta il minimo sono poco più di 2,2 milioni su 16 milioni di pensionati totali. Anche alla successiva classe di importo (da 513,02 euro a 1026,02 euro lordi mensili) appartengono circa 6,86 milioni di prestazioni, cui fanno però da contraltare solo circa 4 milioni di beneficiari».

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«Un fenomeno che non deve sorprendere -spiega il Rapporto di Itinerari Previdenziali- ma che dipende dal fatto che un soggetto può essere contemporaneamente beneficiario di più prestazioni che si cumulano tra loro, facendo sì che il pensionato si collochi in una classe di reddito più elevata rispetto a quella più bassa in cui si erano posizionate le singole prestazioni o pensioni. In particolare, con riferimento al 2019, il Rapporto stima una media di 1,422 prestazioni per pensionato (erano 1,424 nel 2018), il che significa che ogni pensionato italiano riceve in media una pensione e mezza: nel dettaglio, il 67,30% dei pensionati ha percepito 1 prestazione, il 24,66% dei pensionati ne ha percepite 2, il 6,76% 3 e l'1,28% 4 o più». «È quindi vero che le singole prestazioni di importo pari a circa mille euro (per la precisione, fino a due volte il Tm), sono circa 14,7 milioni e rappresentano il 64,6% delle pensioni in pagamento, ma per correttezza andrebbe ben chiarito che i soggetti che le ricevono - spiega Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali - sono meno della metà, circa 6,3 milioni, ovvero il 39,4% del totale pensionati». Di qui, come si legge nel Rapporto, la necessità di fare riferimento ai pensionati, cioè ai soggetti che percepiscono una o più prestazioni, e non alle singole pensioni, quando si analizzano le distribuzioni per classi di reddito, così da evitare errori tecnici o fraintendimenti. 

«Se si calcola l'importo medio della pensione sul numero totale delle prestazioni, -si legge nel Rapporto- si ottengono 13.194,35 euro annui lordi (1.015 euro lordi al mese in 13 mensilità), ma facendo riferimento al totale dei pensionati, il reddito pensionistico medio pro-capite risulta pari a 18.765 euro annui lordi (15.404 euro annui netti), quindi 1.444 euro lordi mensili (1.185 euro mensili netti). Eppure, il dato comunemente più diffuso è proprio il primo, che divide il monte pensioni per il numero delle prestazioni, e non per il numero dei pensionati, con il rischio di incentivare fenomeni di elusione fiscale: perché - si potrebbero impropriamente chiedere i giovani - versare per oltre 38 anni all'Inps se poi le prestazioni sono così misere?». Non solo, come evidenziato da Itinerari Previdenziali, nel calcolo degli importi medi dei singoli trattamenti pensionistici, sarebbe poi più opportuno procedere per tipologia, evitando di mischiare tra loro prestazioni di natura non omogenea, ad esempio perché non egualmente sostenute da contribuzione. Provando a escludere le prime due classi di reddito pensionistico (fino a due volte il Tm), che sono principalmente assistenziali per quasi 6,3 milioni di pensionati, il reddito previdenziale medio - supportato da contributi - dei restanti 9,7 milioni ammonterebbe a 26.082,16 euro annui lordi (contro gli ufficiali 18.765 euro lordi) pari a circa 20.688 euro annui netti. «Insomma, resta vero che quasi 40% dei pensionati ha redditi pensionistici al più di poco superiore ai mille euro lordi al mese, ma nella maggior parte dei casi non di tratta di pensioni in senso stretto quanto piuttosto di prestazioni assistenziali, non sostenute da contribuzione e quindi di fatto interamente o parzialmente a carico della collettività».

Ultimo aggiornamento: 13:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA