MATTEO SALVINI

L'Italia sfida la Ue, manovra blindata

Martedì 13 Novembre 2018 di Luca Cifoni e Giusy Franzese
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Di Maio, Conte e Salvini

I numeri non cambiano. Nel giorno in cui sui conti pubblici italiani arrivano pesanti osservazioni critiche del Fmi, il governo ha deciso di comunicare a Bruxelles che la manovra resta sostanzialmente la stessa. Dunque nonostante le richieste della commissione, non sarà modificato l’obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil del 2019 al 2,6 per cento. E rimane invariata anche l’indicazione di una crescita programmatica del Pil - sempre il prossimo anno - fissata all’1,5 per cento grazie all’effetto favorevole atteso dalle misure delle legge di Bilancio. È prevalsa quindi la linea “politica”di Lega e Movimento Cinque Stelle, mentre il ministro dell’Economia Tria aveva accennato alla possibilità di inserire quanto meno scenari alternativi che tenessero conto di una congiuntura economica meno favorevole.

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LE CONCESSIONI
Le concessioni all’Unione europea, verosimilmente insufficienti ad evitare l’avvio di una procedura per deficit eccessivo - riguardano quindi i tagli di spesa e le privatizzazioni. Nel primo caso viene previsto un meccanismo semi-automatico che in caso di necessità faccia scattare risparmi aggiuntivi, in modo tale da non andare in ogni caso oltre il 2,4 per cento. Aumentano poi gli introiti da dismissioni, fino ad un punto percentuale di Pil, grazie a nuove operazioni nel settore immobiliare («non i gioielli di famiglia» ha precisato Luigi Di Maio). Infine il governo punta a nuove spese eccezionali per fronteggiare le conseguenze del recente maltempo: accanto al miliardo per il piano straordinario di manutenzione concepito dopo il crollo di Genova, ne verrebbe aggiunto un altro, sempre con l’idea di sottrarlo ai vincol del Patto di stabilità. Questa mossa punta a rispondere alle obiezioni europee in tema di debito: per questo parametro, già a rischio negli anni scorsi, potrebbe scattare una specifica procedura. Per completare il quadro, verranno specificate ed elencate più in dettaglio le riforme che dovrebbero dare credibilità all’azione dell’esecutivo, dal codice degli appalti alla sburocratizzazione. 

LA BOCCIATURA
Intanto arriva un’altra sonora bocciatura. Autorevolissima, visto che viene dal Fondo Monetario Internazionale. Gli economisti di Washington - che pure ad aprile scorso non si mostrarono per niente preoccupati dall’esito dell’elezioni politiche italiane - stavolta nel rapporto annuale sull’Italia, il cosiddetto articolo IV, ci dicono senza mezzi termini che i conti del governo sono sbagliati: la crescita sarà molto più bassa, «di circa l’1% nel 2018-2020 e diminuirà da allora in poi»; il rapporto deficit/Pil nel 2019 arriverà al 2,75% e nei due anni seguenti salirà ancora «al 2,8-2,9%»; il debito pubblico resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni, cosicchè qualsiasi shock «anche modesto» potrebbe costringersi a metter in atto manovre correttive poderose, con il rischio di «trasformare un rallentamento in una recessione». Procedere con la riduzione del debito quindi, per il Fmi, dovrebbe essere una scelta obbligata. Anche perché «se gli spread continuassero a restare a livelli elevati», l’impatto espansivo delle misure di stimolo previste in manovra «sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo».

Ma le critiche non si limitano solo agli effetti quantitativi. Anche nel merito delle misure il Fondo Monetario Internazionale va giù duro. Prendiamo “quota 100”: aumenterà la spesa pensionistica e quindi il peso sulle future generazioni, senza peraltro alcuna garanzia di un turnover tra pensionati e nuovi occupati. Anzi, «sulla base delle evidenze registrate in altri Paesi è improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani». Bocciate anche le misure fiscali, a partire dai condoni. Diverso il discorso sul reddito di cittadinanza: «L‘Italia ha bisogno di un moderno schema di reddito minimo diretto ai poveri che eviti la dipendenza dall‘assistenza» concorda il Fmi. Che però avverte: attenzione al fatto che tale sussidio «non disincentivi il lavoro e non sia illimitato nel tempo». Evitarlo si può: le best practice internazionali suggeriscono di quantificare il benefit intorno al 40-70% del livello di povertà relativa, così da non disincentivare la ricerca di un lavoro regolare.

 

Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 14:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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