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Generali, Claudio Costamagna: il banchiere d’affari che dal Britannia avviò le privatizzazioni

Nei 18 anni ai vertici di Goldman Sachs ha contribuito a svecchiare le abitudini della finanzia relazionale

Generali, Claudio Costamagna: il banchiere d affari che dal Britannia avviò le privatizzazioni
di Andrea Bassi
4 Minuti di Lettura
Sabato 26 Marzo 2022, 08:10 - Ultimo aggiornamento: 08:17

Claudio Costamagna lo ripete continuamente. «Sono stato una persona estremamente fortunata, credo molto nella fortuna». Ma a leggere il lunghissimo cursus honorum del banchiere-manager-imprenditore, c'è molto più dell'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. C'è, per esempio, la fortissima aspirazione e determinazione a diventare un banchiere d'affari. Liceo a Bruxelles, università a Milano, Bocconi. Qui nasce la passione per la finanza, dall'incontro con Claudio Dematté, fondatore della scuola di direzione aziendale dell'ateneo milanese.

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Laureato, dopo una permanenza a New York che gli apre il mondo delle merchant bank, torna all'ombra della Madonnina assunto da Citibank. Qualche tempo dopo diventa direttore degli affari corporate di Montedison assunto da Mario Schimberni, il manager romano che sfidò l'establishment della cosiddetta Galassia del Nord. Una parentesi, peraltro assai formativa, prima dei diciotto anni consecutivi che hanno, come ama ripetere, segnato la sua vita professionale: l'ingresso in Goldman Sachs. Finalmente, insomma, la banca d'affari sognata da studente. «Quando sono entrato in Goldman nel 1988», ha ricordato di recente, «in Europa aveva 700 dipendenti. Quando ho lasciato, diciotto anni dopo, eravamo in 7mila e facevamo un terzo dei profitti mondiali». Dodici miliardi di dollari, per l'esattezza. In mezzo c'è la storia delle grandi famiglie del capitalismo italiano. Delle azioni che si pesano e non si contano. Dei profitti privati e delle perdite pubbliche. Quella storia che Costamagna e Goldman Sachs mettono in discussione. E ne contribuiscono a cambiare il corso. Il 1992 non è solo l'anno di Tangentopoli, dell'attacco di George Soros alla lira, del trattato di Maastricht, dell'attentato al giudice Giovanni Falcone. Il 2 giugno di quell'anno il panfilo della Regina Elisabetta, il Britannia, viaggia tra Civitavecchia e l'Argentario. A bordo ci sono i banchieri d'affari di Goldman, che hanno organizzato la crociera, membri del governo italiano, c'è Giuliano Amato, che da lì a poco diventerà premier. C'è Mario Monti. C'è Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro. C'è persino Beppe Grillo, il comico genovese che anni dopo avrebbe fondato con Gianroberto Casaleggio il Movimento Cinque Stelle. Sul panfilo prendono forma le privatizzazioni italiane. Come quella del Credito Italiano, curata proprio da Costamagna e dalla sua Goldman. Poi fu un crescendo: Comit, Eni, Enel.


Se a Costamagna si chiede come sia terminata la sua esperienza in Goldman, lui evoca di nuovo la fortuna. Dopo essere stato il capo italiano della banca d'affari statunitense, e poi il numero uno della regione Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), nel 2006 decise di lasciare: siamo alla vigilia del crack Lehman Brothers. Dopo quell'esperienza il banchiere si è messo in proprio con la sua boutique di consulenza: CC&Soci. Cercato da tutti, ha consigliato un po' tutti. Entra in molti cda. In Luxottica allora guidata da Andrea Guerra, nel board della Virgin di Richard Branson, siede alla Fti Consulting, in Bulgari. E mette a segno anche qualche bel colpo. Come la partecipazione in AAA, Advanced Accelerator Applications, un gruppo farmaceutico europeo fondato nel 2003 dal fisico Stefano Buono e specializzato nello sviluppo di prodotti diagnostici e terapeutici nel campo della medicina nucleare, del quale Costamagna è stato anche presidente. Quotato al Nasdaq, il gruppo è stato poi ceduto a Novartis per quasi 4 miliardi di dollari. Del resto la filosofia del banchiere è che «piccolo è brutto». Per competere nel mercato globale le «dimensioni contano». Come nella guerra tra i gruppi Salini e Gavio per la conquista di Impregilo. L'idea di Pietro Salini era di far nascere un campione nazionale capace di competere con i grandi gruppi esteri. Per contendere ai Gavio il controllo di Impregilo e convincere il mercato a votare a favore della propria lista, fu scelto nel ruolo di presidente proprio Costamagna: alla fine Salini vinse la sua battaglia.


Nel lungo curriculum dell'ex banchiere di Goldman c'è una parentesi. I tre anni passati alla presidenza di Cdp, la Cassa depositi e prestiti che gestisce il risparmio postale su chiamata dell'allora premier Matteo Renzi. Esperienza non facile alla Cassa, giusto il tempo di un mandato; l'entrata in scena del governo giallo-verde ha bloccato il progetto di svecchiamento della Cassa, motivo per il quale aveva accettato l'incarico. Infine, l'avventura recente nelle assicurazioni insieme ad Alberto Minali, ex top manager di Generali, con l'acquisizione di Elba Assicurazioni. Bocconiano dell'Anno 2004, se si volesse riassumere il Costamagna-pensiero in poche battute bisogna affidarsi a quello che qualche tempo fa disse agli studenti dell'ateneo milanese. Per avere successo sui mercati, disse, servono tre elementi: capitali, uomini e coraggio. Chi non ha anche solo uno di questi requisiti è destinato a perdere la sfida.

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