Auto, allarme Fiom: la produzione di auto Fca è dimezzata in vent'anni

Lunedì 2 Settembre 2019
Uno stabilimento Fca
Crolla produzione di auto Fca in Italia: dal 1999 al 2018 si è dimezzata, da 1.410.459 a 670.932 vetture, con un calo del 41% dei posti di lavoro (53.410 nel 2016) e del 35% delle ore lavorate. In questo contesto Torino «è un disastro, un buco nero» e uno dei due stabilimenti, probabilmente la Maserati di Grugliasco visto il valore simbolico di Mirafiori, «è a rischio». È l'allarme lanciato dalla Fiom torinese che ha realizzato con la Fondazione Claudio Sabattini una ricerca sull'automotive e sull'auto elettrica in Italia e a Torino. I risultati - anticipati in una conferenza stampa dal segretario generale, Edi Lazzi - saranno presentati durante la tradizionale Festa della Fiom torinese, al via giovedì presso la società operaia bocciofila di Beinasco con l'assemblea dei delegati. Venerdì è atteso il leader della Cgil, Maurizio Landini, mentre sabato sera ci sarà un confronto tra la numero uno della Fiom, Francesca Re David e il presidente di Federmeccanica, Alberto Dal Poz.

«L'ultimo anno in cui non c'è stato l'utilizzo degli ammortizzatori sociali a Mirafiori è stato il 2007. In Piemonte nell'automotive si sono persi 18.000 posti di lavoro e circa 30.000 lavoratori sono coinvolti dalla cassa integrazione. In media lavorano il 65% del tempo», spiega Lazzi. Il segretario generale della Fiom torinese ritiene che sia positiva la decisione di produrre a Torino la 500 elettrica, ma considera «troppo ambizioso l'obiettivo di venderne 20.000 unità nei mercati Emea (forse nemmeno in tutti i paesi) e in Giappone perché vorrebbe dire toccare immediatamente il 10% del mercato di riferimento. A ogni modo anche nella più rosea previsione, la 500 elettrica non potrà garantire la piena occupazione degli addetti».

«Torino è a un punto di non ritorno. Bisogna prendere di petto la situazione e avviare un tavolo di crisi automotive tra tutti i soggetti politici, sindacali e istituzionali per guardare al futuro e puntare sulla mobilità sostenibile. L'alternativa è il declino della città», conclude Lazzi. 

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