Ex Ilva, 1.400 lavoratori in cassa integrazione: «In crisi il mercato dell'acciaio»

Giovedì 6 Giugno 2019 di Giusy Franzese
Non c'è pace all'Ilva di Taranto. Appena una settimana fa i vertici della nuova proprietà, ArcelorMittal Italia, avevano assicurato: la riduzione della produzione di acciaio decisa dal gruppo in Europa non coinvolgerà l'Italia salvo un rallentamento dei programmi di aumento produttivo previsti dal piano industriale per Taranto. Non è andata così: ieri, a sorpresa, l'azienda ha annunciato la richiesta di cassa integrazione per 1400 dipendenti del Siderurgico di Taranto per oltre tre mesi (13 settimane). «È una decisione difficile, ma le condizioni del mercato sono davvero critiche in tutta Europa. Ci tengo a ribadire che sono misure temporanee, l'acciaio è un mercato ciclico» ha sottolineato l'ad di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl. Poi, dopo l'illustrazione delle «condizioni critiche» in cui versa oggi il mercato dell'acciao, l'azienda sottolinea: «ArcelorMittal Italia conferma il proprio impegno su tutti gli interventi previsti per rispettare il piano industriale e ambientale, al termine dei quali, con un investimento da più di 2,4 miliardi di euro, Taranto diventerà il polo siderurgico integrato più avanzato e sostenibile d'Europa».
Parole che però non attenuano la reazione negativa dei sindacati che proprio oggi l'azienda aveva già in programma di incontrare a Taranto. Per lunedì prossimo 10 giugno inoltre è stato convocato il tavolo al Mise per fare il punto sull'attuazione dell'intesa siglata a settembre scorso. «È una decisione grave, einopportuna. L'azienda la ritiri» ammonisce il segretario Uilm, Rocco Palombella. Che aggiunge: «Siamo consapevoli che esiste un problema di riduzione della produzione di acciaio in Europa provocata dalla crisi dell'auto e non solo, ma anche per effetto dell'importazione di acciaio da Paesi terzi, Turchia e Cina in particolare, tuttavia chiediamo ad ArcelorMittal di mantenere inalterati i livelli produttivi previsti dal piano, come dall'accordo stipulato il 6 settembre 2018 al ministero dello Sviluppo economico».

LE VERIFICHE
All'accordo firmato al Mise fa riferimento anche il numero uno Cisl, Annamaria Furlan: «Arcelor Mittal deve rispettare laccordo firmato. Cè troppa disinvoltura nel Paese nel fare accordi e non rispettarli. Serve da una parte unazione più forte di politica industriale, visto che manca una visione, e dallaltra più responsabilità da parte delle imprese». Grande la preoccupazione in casa Fiom: dallo stabilimento di Genova si parla di «brutto segnale», mentre la leader nazionale Francesca Re David annuncia battaglia a Roma: «Chiederemo una verifica sullattuazione dell'accordo sottoscritto in merito alle strategie industriali e produttive e agli investimenti sul risanamento ambientale». E intanto il numero uno Uil, Carmelo Barbagallo, riferendosi anche al comportamento di altre multinazionali (Whirlpool ad esempio) chiede al governo di intervenire con un decreto apposito: «ArcelorMittal si muove sulla scia dei comportamenti delle multinazionali che fanno shopping e poi non rispettano gli accordi. Bisogna imbrigliare questo atteggiamento . E questo lo deve fare il governo con le leggi e le norme: faccia un decreto legge per far pagare i danni a chi ha usufruito di agevolazioni e poi fa quello che gli pare». La decisione della cassa integrazione a Taranto per 1400 dipendenti (su 8.200) fa seguito a quelle ancora più drastiche prese dal colosso mondiale dell'acciaio ArcelorMittal in altri stabilimenti europei: lo stop della produzione (anche questo temporaneo) annunciato il 6 maggio nello stabilimento di Cracovia in Polonia e in quello delle Asturie in Spagna per ridurre di 3 milioni di tonnellate la produzione di acciaio. Poi a fine maggio sempre a causa dei «deboli livelli di domanda» il gruppo ha annunciato un ulteriore taglio della produzione europea con il coinvolgimento degli altiforni di Dunkirk (Francia), Eisenhüttenstadt (Germania) e Bremen (Germania).
  Ultimo aggiornamento: 10:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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