Ilva, piano di Mittal: oltre 3 mila esuberi. Patuanelli: così non va, lascino pure

Ilva, piano di Mittal: oltre 3 mila esuberi. Patuanelli: così non va, lascino pure
di Giusy Franzese
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Sabato 6 Giugno 2020, 09:17 - Ultimo aggiornamento: 09:19

Centinaia di pagine arrivate alle 18 via mail al Mise, al Mef e al Lavoro: ArcelorMittal si è presa fino all'ultimo minuto della proroga di dieci giorni che le era stata accordata per presentare il nuovo piano industriale degli stabilimenti ex Ilva. Un piano dove ritorna in evidenza la parola esuberi, che invece l'accordo faticosamente chiuso il 4 marzo scorso con governo e commissari straordinari aveva cancellato. Saranno circa 3.300 da gestire con gli ammortizzatori sociali da qui al 2023. Ma non si tratta di esuberi strutturali: a regime, ovvero a inizio 2026 quando la produzione arriverà a 8 milioni di tonnellate, l'organico tornerà a quota 10.700 dipendenti. Quindi tutti gli attuali dipendenti. Restano definitivamente fuori invece i 1.700 in capo all'amministrazione straordinaria che già a marzo il governo aveva promesso di sistemare con altre società collegate e funzionali alla svolta green della futura Ilva. A partire dal prossimo anno (il 2020 con il Covid è ormai andato) e fino al 2023 il piano prevede un livello di produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio. Poi si salirà gradualmente, fino ad arrivare agli 8 milioni di tonnellate di inizio 2026 che sarà raggiunta con un mix di altiforni tradizionali e forni elettrici. A questo scopo sono confermati 300 milioni di investimenti. Resta incerto il destino dell'Afo5, l'altoforno più grande d'Europa, la cui rimessa in funzione slitta a data da destinarsi. Man mano che la produzione aumenta, rientreranno anche i lavoratori.

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UNA MANO DALL'UE
Se le condizioni generali del mercato dovessero migliorare - anche in seguito ad azioni intraprese dall'Ue contro l'acciaio extracomunitario a basso costo e/o incentivi al mercato dell'auto - l'ultima parte del piano potrebbe essere accelerata. Bisognerà adesso capire la valutazione del governo, che ha subito messo i suoi esperti al lavoro sui faldoni.

In mattinata, prima che Mittal inviasse il piano, la tensione era molto alta. Tant'è che il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, aveva lanciato un sorta di ultimatum: «I tagli al lavoro per noi sono inaccettabili. Ci aspettiamo un piano in linea con gli accordi di marzo. Se invece ArceloMittal vuole lasciare, lasci. Pagando la clausola prevista». Patuanelli aveva anche detto di ritenere «inevitabile» l'ingresso della Cassa depositi e prestiti nel capitale di Ami (la società italiana che fa capo al colosso mondiale Mittal).

Intanto i sindacati sono già sul piede di guerra. «Non sono accettabili gli esuberi dichiarati intorno alle 3.300 unità e una produzione che si assesterebbe intorno ai 6 milioni di tonnellate annue» dice Marco Bentivogli, leader Fim-Cisl. Per il sindacalista il lockdown e il suo impatto negativo è «un ottimo alibi» da parte di ArcelorMittal, che così può «ritardare ancora la ripartenza dell'Afo5 e continuare a smantellare lo stabilimento e a non proseguire le opere ambientali. Nel frattempo, nell'indotto non si pagano stipendi da mesi e in molti casi non arrivano le risorse degli ammortizzatori sociali». «Se le indiscrezioni venissero confermate, sarebbero numeri inaccettabili e drammatici. Chiediamo al governo di farci conoscere immediatamente il contenuto del piano», rimarca Rocco Palombella, numero uno Uilm. Anche Francesca Re David, segretario generale Fiom, ritiene «necessaria una convocazione urgente da parte del governo. È il momento di abbassare la maschera sullex Ilva».


 
 



 
 
 

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