«Ilva, il piano Mittal non rispetta l'accordo». Martedì l'incontro al ministero

«Ilva, il piano Mittal non rispetta l'accordo». Martedì l'incontro al ministero
di Giusy Franzese
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Domenica 7 Giugno 2020, 11:20 - Ultimo aggiornamento: 15:11

ROMA «Il piano che Mittal ha presentato non riflette le volontà del governo per Taranto e non rispecchia neppure l'accordo del 4 marzo». È sera quando il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, convoca i sindacati (e non l'azienda) al Mise per il 9 giugno e decide di rompere il silenzio rendendo pubblico, attraverso il Tg1, quello che alcune indiscrezioni già dalla mattina avevano fatto capire agli addetti ai lavori: il suo profondo disappunto per un piano che ridimensiona tutte le recenti intese e in particolare manda alle ortiche l'accordo del 4 marzo scorso tornando a cinquemila esuberi (3.300 tra i dipendenti attuali, più i 1700 in capo all'Ilva As in cig). Patuanelli va all'attacco e accusa il gruppo franco-indiano di prendere al volo tutte le scuse possibili per cambiare le carte in tavola.

Ilva, piano di Mittal: oltre 3 mila esuberi. Patuanelli: così non va, lascino pure

«Da settembre Mittal ha detto che prima c'era un problema per l'acciaio in generale, poi ha usato la scusa dello scudo penale e oggi invece dice che il Covid avrà un effetto per ben tre anni sul mercato dell'acciaio». Il piano di Mittal prevede una produzione ridotta (sei milioni di tonnellate) e quindi gli esuberi fino al 2023, e solo se dovessero verificarsi tutta una serie di condizioni parla di produzione in aumento a 8 milioni di tonnellate nel 2026 e conseguente riassorbimento degli esuberi. Nessun impegno preciso quindi nel lungo periodo. Cosa che ha fatto andare su tutte le furie i sindacati.

Pur andandoci giù duro, però, Patuanelli non chiude completamente le porte. Anzi. Nella stessa dichiarazione lancia un nuovo appiglio ai franco-indiani. «Io credo che bisogna ripartire dall'accordo del 4 marzo e continuare su quella strada» dice. «Coniugare ambiente e lavoro a Taranto è il programma di governo e questo governo lo vuole attuare. Riteniamo che sia compatibile e pensabile un impianto moderno, nuovo e all'avanguardia che diventi il fiore all'occhiello d'Europa per la produzione d'acciaio a ciclo integrato. Noi ci crediamo, vogliamo capire se anche la controparte ci crede». Secondo fonti aziendali è un cambio di tono sostanziale rispetto all'altra mattina quando lo stesso ministro dichiarò che lo Stato è pronto a riprendersi le fabbriche e se ArcelorMittal «vuole lasciare, lasci pure» pagando la penale concordata.

IL GIALLO
Intanto monta il giallo sul prestito di 800 milioni (di cui 200 a fondo perduto) che il gruppo avrebbe chiesto a Sace con la procedura stabilita dal decreto liquidità. Secondo alcune fonti al momento non risultano presso le banche richieste di prestito garantito per Ilva/Arcelor Mittal, tantomeno in Sace. L'azienda sul punto non si pronuncia. Alzano la voce invece i sindacati. Tra l'eventuale prestito garantito, il finanziamento a fondo perduto e le risorse che dovrebbe mettere lo Stato per l'Ilva green, si arriverebbe a due miliardi di euro. «Mi domando con quale faccia ArcelorMittal chiede 2 miliardi al governo italiano mentre distrugge la più grande acciaieria europea e il cuore della siderurgia italiana, con ripercussioni ambientali, occupazionali ed economiche drammatiche» commenta scandalizzato il leader Uilm Rocco Palombella.

 

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