Ora legale o solare, l’Europa vuole abolire il cambio. Juncker: «Ciascun Paese fissi il suo fuso». I costi per l’Italia L'anteprima sul Messaggero Digital

Sabato 1 Settembre 2018 di Andrea Bassi
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L’ora legale ha uno storico legame con l’economia. Il primo ad aver teorizzato la necessità di spostare le lancette dell’orologio un’ora avanti è stato il biologo George Vernon Hudson che nel 1895, alla Royal Society della Nuova Zelanda, propose di anticipare il risveglio durante l’estate per usufruire di ore di luce in più. La sua idea ricevette poco consenso e venne accantonata fino a quando il costruttore inglese William Willet la propose come soluzione alla crisi energetica europea durante la Prima guerra mondiale.

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In Italia fu adottata nel 1916 come misura di guerra, e poi in via definitiva nel 1966, allo scopo di ottimizzare la luce naturale disponibile in base alle attività umane, riducendo i consumi in bolletta. Ed in effetti l’ora legale, ha permesso risparmi di una certa consistenza negli ultimi anni. Per effetto dello spostamento delle lancette degli orologi un’ora in avanti secondo Terna – la società che gestisce la rete elettrica nazionale – il beneficio è un minor consumo di energia elettrica pari a circa 562 milioni di kilowattora, quantitativo corrispondente al fabbisogno medio annuo di circa 200 mila famiglie.

I CONTEGGI
Considerando che un kilowattora costa in media al cliente domestico tipo circa 20,62 centesimi di euro al lordo delle imposte, spiega ancora Terna, la stima del risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2018 è pari a 116 milioni di euro. Dal 2004 al 2017, secondo i dati elaborati dalla società che gestisce la rete elettrica, il minor consumo di elettricità per il Paese dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 8 miliardi e 540 milioni di kilowattora (quantitativo equivalente alla richiesta di energia elettrica annua di una regione come la Sardegna) e ha comportato in termini economici un risparmio per i cittadini di circa 1 miliardo e 435 milioni di euro.

Nel periodo primavera-estate, il mese che segna il maggior risparmio energetico è ottobre, con circa 158 milioni di kilowattora (pari a circa il 30% del totale). Spostando in avanti le lancette di un’ora si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno svolgimento.

Cosa avviene se, come vuole Bruxelles, le lancette durante l’anno non saranno più spostate? Dipende dalla decisione che prenderà Roma. Se dovesse decidere di cancellare l’ora legale, lasciando per tutto l’anno quella solare, il costo per il sistema sarebbe la cancellazione dei risparmi dovuti all’ora di luce in più durante i mesi primaverili ed estivi. Una perdita, in sostanza, di 116 milioni di euro. Se, invece, la decisione fosse di confermare l’ora legale abolendo di fatto quella solare, è probabile che il conto da pagare sarebbe minore perché, se da un lato è vero che si anticiperebbe l’ora «di picco» dei consumi, dall’altro e vero che le fonti rinnovabili potrebbero funzionare per un’ora in più al giorno.

IL FRONTE DEL NORD
Qualche considerazione va però fatta anche sulla struttura produttiva italiana. Abolire l’ora solare potrebbe avere qualche impatto sulle attività agricole, il cui lavoro è concentrato nelle ore mattutine che perderebbero un’ora di luce. I tedeschi e i Paesi nordici, che molto hanno spinto per l’abolizione del cambio di orario durante l’anno, ritengono invece che si possa guadagnare maggiore produttività. Il passaggio dall’ora solare a quella legale, infatti, inciderebbe sui bioritmi delle persone causando una sorta di «jet lag» che dura da una settimana fino ad un mese e che inciderebbe negativamente sull’attività lavorativa.

Ultimo aggiornamento: 3 Settembre, 09:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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