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Carabinieri, Jessica Barattin l'unica donna tenente in Calabria: «Do la caccia ai latitanti ma non rinuncio ai miei sogni»

Lunedì 8 Marzo 2021 di Camilla Mozzetti
Carabinieri, Jessica Barattin l'unica donna tenente in Calabria: «Do la caccia ai latitanti ma non rinuncio ai miei sogni»

A trentacinque anni, con una laurea in Giurisprudenza conseguita all’università di Padova e il grado di tenente dell’Arma dei Carabinieri, Jessica Barattin dà la caccia ai latitanti. E lo fa in quella storica sezione del comando provinciale di Reggio Calabria che nel 2016 arrestò Ernesto Fazzalari, il secondo ricercato più “famoso” al mondo dopo Matteo Messina Denaro. Di questa donna, nata e cresciuta a Bergamo che ha scelto di operare in quel “Sud” da cui chi ci è nato fugge via spesso e volentieri a gambe levate, ci sono due aspetti fondamentali da sottolineare, che potrebbero - ma solo ad una lettura approssimativa - sembrare in antitesi.

È la prima ed unica donna Ufficiale dell’Arma a operare nel comando provinciale di Reggio Calabria, trascorre le sue giornate al Nucleo Investigativo, mastica argomenti e storie difficili da digerire ma lo fa con il sogno di costruire poi anche un futuro pregno di affetti, avere dei figli, consapevole che ad un certo punto della sua vita si troverà di fronte ad una scelta: «Questo lavoro per me è tutto, l’impegno nel Nucleo Investigativo l’ho desiderato, cercato e infine avuto - dice - perché è quello che mi dà più stimoli ma tra dieci anni sogno anche una famiglia e crescere dei figli dando però la caccia ai latitanti è impossibile da gestire insieme». Non è una dichiarazione di “resa” la sua quanto una «costatazione oggettiva» lontana da ogni rivoluzionaria ipocrisia. «È nella natura delle cose che determinate professioni siano a “tempo” e non è per un fattore di genere: a condizioni diverse, vale tanto per le donne quanto per gli uomini», dice. A Reggio è arrivata tre anni fa, dopo un impegno come maresciallo in Sicilia. «Era il settembre del 2018», ricorda la Barattin e già si trovò catapultata in un’operazione al «cardiopalma»: la cattura di Filippo Morgante, tra i latitanti più ricercati d’Italia, considerato reggente della cosca Gallico di Palmi. Da ultimo, nelle sue attività al Nucleo Investigativo svetta l’operazione “Faust” dello scorso gennaio che ha portato all’arresto diverse persone scoperchiando un giro di corruzione e di infiltrazione nell’amministrazione comunale di Rosarno perpetrata dalla cosca Pisano

Tenente Barattin, arrivata a Reggio Calabria e subito in azione?

«È stato un inizio al cardiopalma l’attività investigativa era già nel vivo quando sono arrivata al comando. Era settembre del 2018 e Filippo Morgante lo abbiamo arrestato circa un mese più tardi, siamo stati impegnati su più città e da ultimo io e i miei uomini abbiamo trascorso dieci giorni a Roma perché avevamo scoperto dove Morgante si nascondeva grazie al monitoraggio di alcuni suoi parenti, le confesso che mi sono trovata anche nella difficoltà di coordinare delle persone che ancora non conoscevo e di trascorrere con loro circa 20 ore al giorno».

Come sono trascorsi quei dieci giorni?

«È stato un lavoro di testa e di nervi, l’adrenalina del momento e la soddisfazione di aver assicurato alla giustizia un pericoloso latitante».

Essere donna l’ha aiutata o no nell’attività?

«Molto, è un po’ come avviene per le donne indagate che sono legate alle organizzazioni criminali. Si pensa che queste sfuggano meglio al controllo delle forze dell’ordine e agli investigatori e per questo vengono coinvolte e impiegate, anche se in ruoli secondari, a pieno titolo nelle attività illecite. Ecco, si potrebbe dire lo stesso per quanto mi riguarda. Filippo Morgante si era nascosto in un comprensorio sulla Tiburtina, viveva in un appartamento preso in affitto da una seconda persona. Il condominio era molto ampio, io sono potuta entrare senza dare nell’occhio perché una donna anche se è un investigatore dà meno sospetti e questo ha aiutato molto senza dover neanche “camuffarsi”». 

Da ultimo ha partecipato all’operazione “Faust”.

«Tra agosto e novembre del 2019 mi trovano proprio al comando di Rosarno e in quella circostanza ho potuto conoscere meglio il territorio, il tessuto sociale, la stessa amministrazione comunale che è stata colpita in modo diretto dall’operazione scattata il 18 gennaio scorso con l’arresto del sindaco e di un consigliere. Le indagini hanno accertato come la cosca Pisano, composta da quelli che vengono etichettati come i “diavoli” di Rosarno, ha fornito il proprio appoggio elettorale ai due chiedendo in cambio favori come l’assegnazione di appalti o l’assunzione di determinati soggetti legati alla cosca. Io stessa all’alba di quel giorno oltre a coordinare ho arrestato una giovane donna indagata che serviva la cosca per affari legati alla droga».

Come vive il suo ruolo? Lei è la prima e unica donna Uffciale del comando provinciale di Reggio Calabria che - fuori da ogni retorica - resta pur sempre un territorio intriso di criminalità.

«Questa è una sfida che ho voluto fortemente, la mia carriera da Ufficiale è iniziata nel 2017 con il corso e poi a livello operativo a settembre dell’anno successivo direttamente a Reggio. L’avevo chiesto, dopo un’esperienza trascorsa in Sicilia, è stata una novità perché sono di fatto la prima e l’unica donna Ufficiale in tutto il comando provinciale di Reggio Calabria».

E quando arrivata i suoi colleghi come l’hanno accolta?

«Con un po’ di perplessità come era prevedibile ma fino a quando la nomina è rimasta solo sulla carta. Adesso ci ridiamo su ma ecco, stava arrivando una donna, dal Nord, pure vegetariana: si erano preoccupati ma al mio arrivo le cose sono cambiate subito. Sono uomini di grande professionalità e con un’apertura mentale tale da non creare problemi o resistenza». 

Lei perché lo ha scelto questo mestiere che nell’immaginario collettivo è molto maschile? Perché è entrata nell’Arma e perché è andata alla ricerca, fino a quando non l’ha ottenuto, di un ruolo tanto operativo?

«Dunque, partiamo dal fatto che mi sono arruolata superando il concorso marescialli perché mi attirava l’idea di servire lo Stato ed essere utile alla collettività ma, al contempo, essere vicina ai cittadini che è la prerogativa dell’Arma dei carabinieri. L’operatività era il mio sogno. Sono nata e cresciuta a Bergamo, mio padre, originario dell'Alpago ed ex sovrintendente della polizia stradale, mi voleva giornalista. Io invece ho scelto il Sud e questo lavoro è quello che desideravo perché è stimolante e offre tante opportunità, una ricchezza umana e di esperienze che forse a volte non viene colta da chi ci guarda. Ho girato per molti comandi, ho potuto conoscere l’Italia e il mio lavoro mi svela anche l’anima delle persone. Ricerco i latitanti ma questo però mi aiuta anche ad aiutare gli altri». 

Converrà che dare la caccia ai latitanti è un mestiere che non conosce orari, giorni festivi, ricorrenze. Come gestisce la sua vita privata?

«Con molta pazienza da parte del mio compagno con cui convivo da anni. Il tempo sottratto agli affetti innegabilmente è molto e il mio lavoro mi porta a vivere ogni giorno senza certezza di quello che potrà accadere, ci sono momenti di assoluta tensione e frenesia totale in cui non esistono orari, il cui il tempo passa e non te ne accorgi, in cui devi mettere da parte il resto perché non ci si può fermare. Nei momenti calmi, che pure esistono, in quei momenti di “respiro” cerco di dedicare quanto più tempo possibile ai miei affetti».

Il suo futuro tra dieci anni come lo immagina?

«La mia aspirazione sarebbe quella di tornare in Sicilia, mi vedo comunque ancora al Sud, mi piacerebbe portare avanti ancora per qualche anno l’attività investigativa che è molto stimolante, adesso sento di poter dare il massimo. Non le nego che in una seconda fase della mia vita, nell’ottica di costruire una famiglia e con il desiderio di avere dei figli, potrei anche valutare un incarico che mi possa consentire un tipo di lavoro diverso».

Perché quello dell’investigatore per una donna è un lavoro con una data di scadenza?

«Purtroppo è così, ma è una pura costatazione: determinati ruoli diventano poi incompatibili con altri, non è colpa di nessuno ma è nella realtà delle cose. La mia speranza è quella di avere una famiglia e allo stesso tempo un lavoro stimolante se poi non sarà più nell’attività investigativa l’importante è riuscire ad aiutare la collettività e nell’Arma lo si può fare in tanti modi diversi». 

Ultimo aggiornamento: 9 Marzo, 14:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA