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I falsi profeti dell’innovazione e quel futuro già passato

Lunedì 6 Aprile 2020 di Andrea Andrei
Forse adesso cambierà davvero qualcosa. Forse. Perché se c'è un effetto immediatamente visibile di questa pandemia è che adesso i nodi stanno venendo al pettine. La vicenda del sito Inps in tilt è emblematica: in questo Paese abbiamo perso gli ultimi dieci anni (facciamo quindici, va) a interrogarci sulle potenzialità della rete. Ci siamo impegnati a immaginare una società governata da sistemi virtuali. Abbiamo discusso, a tutti i livelli, della necessità delle connessioni veloci, dell'accesso a Internet per tutti, delle opportunità straordinarie offerte dall'innovazione tecnologica. Ci siamo complimentati con i giovani, con le loro idee brillanti, con la loro capacità di costruire mondi possibili.

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Abbiamo fatto tutto questo, stando però ben attenti a collocarlo nel futuro. Un futuro prossimo, remoto, chissà, e tutto sommato a chi importa? D'altronde ok, la tecnologia è il futuro, ma perché dovrebbe essere proprio il nostro? Peccato che certa tecnologia non sia il futuro, ma il passato, ma tant'è. Fin quando, all'improvviso, piombiamo in un'emergenza globale. Ed ecco che i falsi profeti si ritrovano davanti alla realtà dei fatti, che è molto semplice, più di qualsiasi attacco hacker: adesso è tardi, e non ci sono più scuse per altri rinvii. Né per aspettare chi non ha voluto, per forma mentis e non per età, mettersi al passo. La storia forse giudicherà loro, ma condannerà tutti noi.

andrea.andrei@ilmessaggero.it Ultimo aggiornamento: 16:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA