Luca Cifoni
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Luca Cifoni

Quando ha iniziato a crescere il rapporto debito pubblico/Pil

Sabato 24 Febbraio 2018
In campagna elettorale non si parla molto di debito pubblico, anche se il tema compare nel programma di vari partiti. Ma al di là delle dichiarazioni dei politici, c'è una quota consistente di italiani ormai convinti che questo in fondo non sia un problema così grave: anzi ritengono che gli eventuali tentativi di incidere sui quei quasi 2.300 miliardi – per ridurne non il valore nominale ma il peso sul Pil – rappresentino una pericolosa forma di iper-austerità. E una parte di queste persone si spinge ancora più in là sostenendo che in realtà tutta la questione sia in realtà una specie di truffa: il rapporto debito/Pil sarebbe cresciuto a partire dagli anni 80 non per i giganteschi disavanzi di bilancio ma per il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d'Italia, in seguito al quale la banca centrale abbandonò la prassi di acquistare i titoli di Stato eventualmente non collocati nelle aste.

Quella decisione, presa nel 1981, aveva l'obiettivo dichiarato di frenare la creazione di moneta e per questa via riportare sotto controllo un'inflazione giunta oltre il 20 per cento. Obiettivo poi raggiunto: è appena il caso di ricordare che il massiccio aumento dei prezzi era percepito all'epoca come un fattore di ingiustizia sociale oltre che di instabilità. Coloro che vedono una congiura del rigore citano anche l'evoluzione nello stesso periodo della spesa pubblica al netto degli interessi, cresciuta in rapporto al Pil solo limitatamente: ciò confuterebbe la tesi di un'Italia sprecona, che negli anni 80 è vissuta al di sopra dei propri mezzi scaricando i debiti sulle generazioni future.

È chiaro che il “divorzio” ha contribuito in una certa misura a gonfiare il debito, portando il Tesoro a dover offrire tassi di interesse più alti. Ma non è vero che il rapporto debito/Pil abbia iniziato a crescere solo nel 1981. Anche se in quell'anno era ancora al di sotto della soglia del 60 per cento la tendenza era iniziata prima, precisamente nel 1965. In base alle ricostruzioni storiche di Bankitalia, l'anno precedente era stato quello in cui il debito aveva raggiunto la minima incidenza, ben al di sotto del 30 per cento del prodotto; per una coincidenza forse significativa, il 1964 è anche l'anno in cui il numero delle nascite in Italia ha toccato il picco storico a quota un milione l'anno per poi iniziare una discesa prima lenta, in seguito veloce e inesorabile.

Nel 1970 il rapporto debito/Pil era comunque già al 37 per cento e nel 1981 toccò il 58,5. Nei 15 anni successivi la corsa si fece ancora più veloce fino a raggiungere il 121,8. Poi la discesa coronata dal 99,8 per cento del 2007 e quindi vanificata dalla disastrosa recessione degli anni successivi. Con buona approssimazione si può dire che l'aumento del debito fosse in qualche modo naturale in un Paese che - arrivato al (relativo) benessere degli anni 60 - cercava di dotarsi di protezioni sociali più adeguate. Ma poi la gestione del fenomeno sfuggì completamente di mano: i disavanzi primari (quindi al netto degli interessi) viaggiavano al 3-4 per cento o anche più. Non per colpa della spesa pubblica, risponderebbero gli avversari del “divorzio” e in parte è vero, anche se il livello all'apparenza non esplosivo delle uscite totali non vuol dire certo che fossero tutte virtuose.

In Italia era invece relativamente basso all'epoca il valore delle entrate e così gli sforzi di risanamento, iniziati in vista degli anni Novanta e poi resi più intensi dalla pressione europea, passarono per un vistoso aumento della pressione fiscale. Con un dilemma che in fondo si è riproposto fino ad oggi: è possibile ridurre un'evasione sicuramente massiccia senza imporre un macigno sulle spalle del Paese?
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