«Quando Sepulveda andò "a caccia" di orsi in Abruzzo»

Luis Sepulveda a Pescara
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Venerdì 17 Aprile 2020, 11:35 - Ultimo aggiornamento: 13:51

Il giornalista Oliviero La Stella ha scritto questo ricordo di un'"avventura" in Abruzzo negli anni Novanta dello scrittore Luis Sepulveda (in quel periodo già affermato scrittore e ora morto in Spagna per Coronavirus), tra Pescocostanzo (dove lo scrittore era stato invitato ad un piccolo festival letterario) e Rivisondoli (dove La Stella, all'epoca capo della Cultura del Messaggero, soggiornava).

Sono affranto per la morte di Luis Sepulveda. Lucho, per gli amici. E incredulo. Mi appariva come un gigante, aveva tante avventure alle spalle e pensavo che ce l’avrebbe fatta, a sconfiggere il terribile virus. Invece no.

A ottobre scorso è stata l’ultima volta che l’ho abbracciato, perché Lucho era molto fisico nelle sue manifestazioni di simpatia, come d’altronde anche io. In occasione del suo settantesimo compleanno Guanda, l’editore italiano, aveva organizzato a Milano una festa in suo onore, all’Osteria del treno. Una festa con tanto affetto, perché Lucho era uno che sapeva farsi amare.

Eravamo coetanei: lui era nato il 4 ottobre del 1949, io il 30. Oltre all’età avevamo in comune molto altro, fra cui l’amore per il Cile che avevo visitato per lavoro all’inizio del 1973, pochi mesi prima del golpe. Mi affascinava la sua splendida fantasia. Ero conquistato dalla sua modestia.

Ci eravamo conosciuti tanti anni fa in un periodo in cui Lucho veniva a Roma con una certa frequenza. Fu più o meno allora che me lo ritrovai davanti in un paesino dell’Abruzzo montano che amavo frequentare. Era estate, alloggiavo in un albergo un po’ decadente ma di grande fascino che era la mia casa di montagna. I proprietari dell’hotel mi dissero che per la sera avevano organizzato una cena all’aperto in onore di Luis Sepulveda. Fui davvero sorpreso: il grande scrittore in quel paesello di 600 anime sperduto fra i monti? Mi spiegarono che nel borgo vicino avevano organizzato un piccolo festival letterario al quale avevano invitato Sepulveda e lui aveva accettato. Era un uomo molto generoso e disponibile, accettava spesso gli inviti anche delle manifestazioni più modeste o improbabili, talvolta creando qualche problema allo staff della casa editrice.

Insomma, me lo ritrovai davanti, quella sera, e gli presentai i padroni dell’albergo, il sindaco, l’ufficiale postale, il veterinario, il medico condotto e altre persone del paese e con tutti Luis si trovò a suo agio. A fine serata ci salutammo e lui tornò nel borgo vicino, insieme con l’addetta stampa della Guanda che lo accompagnava.

La mattina dopo mi raggiunse in albergo una telefonata dell’addetta stampa. I due erano bloccati, senza alcun mezzo a disposizione, in un alberghetto in mezzo a un bosco. Non sapevano che fare e dove andare. Pare che l’organizzazione del festival avesse finito i soldi abbandonandoli laggiù e Luis era un po’ irritato.
Andai a prenderli con la mia auto. Allora avevo una vecchia spider, un Duetto Alfa Romeo. Presi i due a bordo e li portai in giro per quelle montagne da me molto amate, con il tettuccio abbassato, Luis seduto davanti e la ragazza dell’ufficio stampa in un piccolo portabagagli dietro i sedili anteriori. Lucho era molto interessato ai miti e alle storie che popolano quei monti, soprattutto ai miti e alle storie degli orsi. Avrebbe tanto voluto incontrarne uno ma, ovviamente, non ci riuscì.

Dopo quella piccola avventura insieme, ogni volta che ci incontravamo mi chiamava «il mio salvatore». I presenti immaginavano che l’avessi tirato fuori chi sa da quale pericolosa e rocambolesca situazione. Invece l’avevo semplicemente salvato dalla noia per un giorno o due. Dentro di me ridevo per l’immeritata fama.
Ciao Lucho. Prima o poi l’orso da qualche parte lo incontreremo e ne verrà fuori una bella storia.

Oliviero La Stella

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