Insegnante condannato per violenza, la Corte dei diritti dell'uomo: «Non fu un processo equo»

Insegnante condannato per violenza, la Corte dei diritti dell'uomo: «Non fu un processo equo»
di Stefano Buda
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Giovedì 30 Settembre 2021, 08:10

La violazione del diritto ad un equo processo, certificata da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, apre le porte alla revisione del caso conclusosi con la condanna di Guglielmo Di Febo a 5 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale. Di Febo, 73 anni, ex insegnante di educazione tecnica, nei primi anni duemila ricoprì anche l'incarico di assessore alla Pubblica istruzione al Comune di Montesilvano (Pescara). I giudici lo hanno riconosciuto responsabile, con sentenza passata in giudicato, di abusi che sarebbero stati compiuti, ai danni di un'alunna minorenne, prima nel corso di una gita scolastica in Toscana e poi al ritorno in Abruzzo.

I fatti risalgono ad un periodo compreso tra maggio e giugno del 2005, anche se l'imputato - sulla base di quanto ricostruito dalla pubblica accusa - avrebbe tentato ulteriori approcci anche nell'anno successivo. Circostanza, quest'ultima, che sarebbe emersa da alcune intercettazioni telefoniche carpite incidentalmente nell'ambito di un'altra inchiesta.
Di Febo infatti in quel periodo era sotto indagine, insieme all'ex sindaco Enzo Cantagallo e ad altri esponenti politici, in riferimento al caso Ciclone e proprio quelle intercettazioni fecero scattare l'accusa di violenza sessuale aggravata dal fatto che all'epoca la parte offesa aveva meno di 14 anni.

In sostanza l'ex assessore, in gita, durante una serata - è quanto riportato nel capo d'imputazione - approfittò di un momento in cui la ragazzina era rimasta sola, iniziando a baciarla, ad accarezzarla e a palpeggiarla, dopo averle alzato la maglietta. Atti che in seguito si sarebbero ripetuti a Montesilvano, anche nell'ufficio del Comune. Di Febo ha sempre respinto ogni accusa, proclamandosi innocente e i dubbi non mancano, considerando che nel corso delle varie fasi di giudizio si è giunti a conclusioni discordanti.

L'impianto accusatorio si fonda quasi esclusivamente sulle dichiarazioni della parte offesa, ma nel gennaio del 2010 il tribunale di Pistoia emise una sentenza di assoluzione per insussistenza dei fatti, giudicando la testimonianza della vittima «in molti punti non credibile», anche sulla base del confronto con le dichiarazioni rese da altre persone ascoltate durante il processo. Tuttavia la Corte d'Appello di Firenze, nel febbraio del 2013, ribaltò la sentenza, interpretando in senso opposto le dichiarazioni della vittima, senza però averla prima sottoposta ad un nuovo esame. In seguito alla condanna Di Febo, tramite gli avvocati Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato, presentò subito ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dell'articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, che obbliga i giudici di secondo grado, nel caso di una diversa valutazione circa l'attendibilità di una prova orale, ad ascoltare nuovamente i testimoni. La Suprema Corte, con sentenza del 12 novembre 2014, rigettò il ricorso, limitandosi a confermare la condanna.


I legali dell'ex assessore non si diedero per vinti e si rivolsero alla Corte Europea, che ha dato ragione alla difesa, certificando la violazione del diritto ad un equo processo e condannando lo Stato al pagamento di 6.500 euro, per danni morali, in favore di Di Febo. Naturalmente si tratta di un pronunciamento che non entra nel merito della vicenda, ma si limita a valutazioni di tipo procedurale. Valutazioni sulla base delle quali, pochi giorni fa, gli avvocati Stellato e Sgambato hanno presentato richiesta di revisione del processo alla Corte d'Appello di Genova. Con ogni probabilità, dunque, si ripartirà da zero. 
Stefano Buda 

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