Alex morto a due anni, la madre: «Dio mi ha detto uccidilo e mandalo in paradiso»

Katalin Erzsebet Bradacs e Alex
di Egle Priolo
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Mercoledì 9 Novembre 2022, 07:29

PERUGIA - Un uomo con la barba e la lunga tunica bianca. Che le è apparso tra i pensieri e ha convinto Katalina Erzsebet Bradacs a uccidere il figlio Alex Juhasz. Ucciderlo «per mandarlo in paradiso». Questa l'allucinazione con cui ieri la donna accusata di omicidio premeditato e aggravato ha spiegato le sette coltellate a collo, torace e addome, inferte al piccolo di due anni in quel casolare abbandonato a Po' Bandino il primo ottobre 2021. Un'allucinazione, una figura divina e poi il non ricordo, il non so come l'ho ucciso. Un uomo con la barba bianca che arriva dopo quell'uomo nero inizialmente accusato dell'omicidio e a cui nessuno però ha mai creduto. Figure e immagini, depistaggi e giustificazioni, tra il fantasioso, il surreale e l'allucinato che le sono valsi il rinvio a giudizio per le pesanti contestazioni del sostituto procuratore Manuela Comodi, convinta non solo della sua colpevolezza quanto della sua capacità di intendere e di volere. Nonostante tutto.

Bradacs, infatti, dopo un'udienza preliminare durata poco meno di tre ore ha visto aprirsi le porte del processo davanti alla Corte d'assise, già fissato per il 12 gennaio prossimo. Il giudice Margherita Amodeo ha anche ascoltato la sua versione dei fatti, prima attraverso l'interprete e poi direttamente dalla sua viva voce in italiano, dopo qualche tensione con la stessa professionista che la stava sostenendo in udienza. Bradacs, fuggita in Italia con il bambino (in un viaggio tra città e persone conosciute, a Roma, in Toscana fino a quell'ultimo lembo di Umbria) subito dopo la decisione del tribunale ungherese di affidare Alex al padre Norbert dopo una lunga battaglia giudiziaria, ha ripercorso quanto successo in quei terribili giorni di fine settembre 2021. Compresa la scena davanti a un locale di Città della Pieve – il bimbo piangente, lei che lo strattona – che aveva convinto chi era lì a chiamare i carabinieri. E poi quel controllo, il coltello nella borsa, la scusa che lo avesse preso il bambino da casa. E ancora quel cellulare rotto che alla fine erano due, finiti uno nell'acqua e l'altro distrutto prima dell'arresto, dopo aver lasciato il corpo del figlio su una cassa di un supermercato, urlando all'omicidio. In mezzo, appunto, quella visione divina non supportata neanche da una pratica assidua, come emerso in udienza, e poi quel buco nei ricordi e nella consapevolezza.

Una versione che, al di là dell'allucinazione o meno, è stata contestata sia dal pubblico ministero che dall'avvocato Massimiliano Scaringella, legale di Norbert Juhasz. Convinti non solo che la donna sia capace di collocarsi perfettamente nel tempo e nello spazio, ma sia altrettanto capace di ragionare e, soprattutto, dissimulare. Forti anche della seconda perizia richiesta dal pm Comodi che parla di estrema pericolosità sociale e di capacità di intendere solo «grandemente scemata, ma non esclusa» al momento dell'omicidio.
L'avvocato Enrico Renzoni, legale di Bradacs, convinto della non incriminabilità della donna, ha invece ricordato le conclusioni della prima perizia che in sette paginette riportava l'omicidio nell'alveo dell'incapacità di stare a giudizio e ha provato a chiedere al gup Amodeo una terza valutazione, ma la richiesta non è stata accolta. E Katalina, sguardo stravolto ma presente a se stessa, il rosso dei capelli con cui aveva coperto la fuga ormai stinto, fuori dal carcere di Capanne solo per quelle poche ore, è rientrata dietro le sbarre con una data. E un rischio. Quello della condanna all'ergastolo.

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