Così venti anni fa Mandela cambiò
la Storia con il rugby: il racconto
della finale dei Mondiali in Sud Africa

Lunedì 22 Giugno 2015 di Paolo Ricci Bitti

JOHNNESBURG - Prima a bordo di un jumbo jet a volo così radente sullo stadio che ci fermò il cuore, poi sulle spalle di un anziano signore vestito di verde, la Storia passò vent'anni fa su un campo da rugby. Finale della Coppa del Mondo, 24 giugno 1995, Ellis Park di Jo'burg: Sud Africa contro Nuova Zelanda, Nelson Mandela contro quattro milioni di bianchi e 44 milioni di neri che dovevano imparare a convivere con uguali diritti e doveri.
«Il momento cruciale nella lunga lotta per la democrazia del paese è avvenuto in quello stadio» è scritto nei libri di storia, eclissando vicende sportive di disgelo geopolitico come il ping pong di Nixon in Cina nel 1972 e Usa-Urss di hockey ai Giochi 1980.

Vent'anni dopo le difficoltà, che sbiadiscono tutt'ora la Nazione Arcobaleno voluta dal più grande statista del secolo scorso, non cancellano la grandiosità di quella scelta temeraria dell'allora neopresidente e premio Nobel per la Pace, rinchiuso 27 anni in carcere per aver combattuto la vergogna dell'apartheid.

I GHETTI
Un progetto folle, il suo, contro ogni tradizione, contro ogni speranza. Fuori, nei luridi ghetti, era pura utopia convincere la sfruttata maggioranza di colore a sostenere la squadra del biondo boero Francois Pienaar che schierava un solo coloured (meticcio) e nemmeno un nero. Dentro, in campo, neppure con un miracolo si poteva pensare di battere gli All Blacks di Jonah Lomu. Ma “Invictus” Mandela ancora una volta, a 77 anni, ci mise la faccia e, a sorpresa, sfilò con la maglia verdeoro condannata alla sconfitta per fare coraggio a tutto il paese. Ma che ne sarebbe stato di un presidente che, in mondovisione, aveva creduto così sfacciatamente in una squadra considerata così perdente?

IL TRADIMENTO
E poi, appena tre anni prima proprio in quello stadio, Mandela aveva preso un durissimo schiaffo dagli afrikaaner ancora al potere: mettendosi contro il “suo” Anc, aveva concesso ai bianchi la possibilità di celebrare di nuovo i loro riti più potenti, le battaglie di rugby contro neozelandesi e australiani, al bando da 10 anni. In cambio chiese ai boeri solo un pegno simbolico, un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell'apartheid.

Ma nel 1992, prima di Boks-All Blacks, invece di restare in silenzio, l'Ellis Park, stipato solo da bianchi, si mise a cantare Die Stem, l'inno dello stato segregazionista. Terrore puro. Nella tribuna stampa impietrita, unico cronista italiano, sentii i colleghi sudafricani telefonare alle mogli: «Chiudetevi nei rifugi con i bambini, non sappiamo se torneremo a casa». L'Anc non poteva subire l'affronto in mondovisione: la guerra civile era a un passo. Quel giorno Mandela si giocò gran parte del futuro suo e della nazione: niente sangue, niente vendetta, contro tutto e tutti garantì di nuovo per i bianchi. Li perdonò, anticipando lo spirito di quella che sarebbe stata la "Commissione per la verità e la riconciliazione" destinata a rimarginare le ferite causate dal regime bianco.

Il 24 giugno di vent'anni fa servirono infiniti tempi supplementari, servì morire mille volte credendo di avere perduto, ma poi il calcio di rimbalzo della vittoria sudafricana volò così alto in mezzo ai pali che l'arcivescovo Desmond Tutu disse che era stato scortato dagli angeli. “Nelson, Nelson, Nelson“, osannavano bianchi e neri dallo stadio fino a Città del Capo: era nata la Nazione Arcobaleno.

Non tutte le attese sono state rispettate e il paese, adesso come due anni fa, quando Mandela morì, ancora stenta, pur svettando in un continente impantanato nel post colonialismo. Fatica ancora pure l'integrazione nel rugby, ridotto al sistema artificioso delle quote per inserire più neri nelle squadre.

Ma quella notte di 20 anni fa non ci si stancò mai di cantare nelle strade “Shosholoza”, il canto dei minatori divenuto la colonna sonora del nuovo Sud Africa.

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 18:57