La Tv invadente: come la televisione è diventata un reality del dolore

La Tv invadente: come la televisione è diventata un reality del dolore
di Carmine Castoro
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Martedì 7 Luglio 2015, 06:44 - Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 16:37

La tv del dolore inizia l’11 giugno del 1981 quando le redazioni delle più importanti agenzie giornalistiche vengono raggiunte dalla notizia del piccolo Alfredino Rampi disgraziatamente precipitato in un pozzo lasciato colpevolmente incustodito nelle campagne di Vermicino, alle porte di Roma.

La sua sorte è appesa a un filo. Il luogo della maledetta trappola diventa il primo circo mediatico che raccoglie telecamere, inviati, le troupe che garantiranno per la Rai 18 ore di diretta, addirittura un mercatino di venditori ambulanti e visitatori occasionali a caccia della classica inquadratura da sfoggiare per lo sguardo dei parenti a casa. I tentativi di salvare lo sfortunato bambino saranno resi vani da un misto di improvvisazione nei soccorsi che nemmeno l’autorità del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, accorso sul luogo del terribile incidente, riuscirà a scongiurare.

Inizia la tv del dolore, ma senz’altro muore all’istante l’ultima possibile cornice di una sofferenza collettiva mediata ma ancora aggrappata a una dimensione simbolica: una intera comunità che si stringe affettuosa e commossa intorno al destino di una vittima innocente, le inquadrature che trasformeranno quel budello assassino e sotterraneo in un tunnel delle coscienze da cui tutti avrebbero desiderato veder uscire fuori la luce della speranza, un anelito di salvezza.

Non capiterà più. Oggi possiamo dirlo. Da Vermicino ad Avetrana (stesso dicasi per Erba, Cogne, Garlasco, Pordenone e tanti altri) il passo è lungo, il salto è tremendo. Se è vero come è vero che oggi i contenitori televisivi pomeridiani e serali sono letteralmente stracolmi di gialli serializzati, misteri anabolizzati, dettagli morbosi, deroghe alle fasce protette, curiosità macabre, insinuazioni, becero opinionismo e delirante sensazionalismo che, soprattutto certe conduttrici-benefattrici, spacciano per battaglia di verità e limpidi scenari dell’informazione. Credute, per giunta, da un popolino sempre più bue.

Su un suggestivo crinale storico-estetico si sviluppa questo “La TV invadente” di Anna Bisogno, docente di Storia e Linguaggi della radio e della televisione presso l’università Roma3, che ha il pregio di porre l’attenzione sulle piaghe della delicata problematica. I drammi della quotidianità, i delitti, le sciagure, l’eliminazione fisica di qualcuno sono de-tragedizzati – indica la docente -, cioè risolti in una infaticabile dissezione di dati e ipotesi, particolari e chiacchiere, impressioni e operazioni che attingono alle logiche giudiziarie, investigative, criminologiche, ma sanno solo esasperare il sentito dire e le elucubrazioni che acchiappano l’audience. Dice la Bisogno: “Lo spettacolo della sofferenza in TV è dunque dolorismo, parodia della cognizione del dolore, che non possiede la disperazione, l’altezza di tono, la nobiltà di gesto, la mediazione estetica che hanno sempre distinto ogni vera tragedia, non ha nulla di grandioso, di decisivo, di trasformativo e non è nemmeno umile implorazione”. Nell’ostentazione e nell’iper-radiografia delle lacrime e delle tribolazioni altrui, la televisione non rimanda un pensiero recondito né un ipertesto fenomenologicamente avveduto, né un vero tessuto narrativo. Ma solo lo choc emotivo nello spettatore come messinscena di una partecipazione, più o meno vergognosa, più o meno impaurita o schifata.

In questo senso la televisione ha sì sempre più dato voce al “dolore” e al “sociale”, ma immergendoli in una copiosità solo quantitativa che deprime e depotenzia la profondità dell’evento, offrendoci il viso glabro di una sperequazione fra ciò che dovremmo capire e ciò che abbiamo pronto all’uso nel Risiko dell’informazione giornaliera. E non è un cartoccio di dati la gragnuola di frattaglie di pollo e di capocchie di spillo in cui sono riconvertiti i casi della cronaca, atomizzati dai pomeriggi lassativi barbaradursiani con tronfi, moralistici teatrini in cui la conduttrice napoletana duetta con inviati e opinionisti, rattoppando l’insieme attraverso pezzetti di intercettazioni, telefonate in diretta di parenti delle vittime, pseudo-reportage dalle zone dell’omicidio in cui si va a chiedere opinioni pure a vicini e negozianti, ciurlando nel manico per ore, giorni, settimane, spaccando il capello in 400 parti, facendo quasi degli interrogatori incalzanti a chi sembra sappia qualcosa e viene coinvolto nei collegamenti, con tutto un materiale giudiziario preso o anticipato dalle udienze, che ne risulta così irrimediabilmente decontestualizzato? Con tutto un materiale, cioè, che un tempo era appannaggio di organi inquirenti e di sagaci giornalisti di “nera”, e non assillo delle tele-cricche?

Ciononostante questo costante tele-ossario, questa necrospettiva ossessiva, questa soap cimiteriale che ha cadenza giornaliera sui nostri schermi - e iperboliche traiettorie che durano mesi, anni sullo stesso pasticciaccio di periferia trasformato in Cluedo di massa -, tutto questo traccia paradossalmente il senso di un’attesa, di un divenire, di una temporalità che, non trovandosi nella complessità dei fatti e delle emozioni “vere”, della vita “vera”, viene ricomposto sotto vetro nella bolla dei talk televisivi, e addomesticato da sequenze utili, docili, all’interno delle quali si aspetta solo la soluzione finale. Come in un giallo di Agatha Christie, e più tardi arriverà, più avrà mietuto successi editoriali, investimenti degli sponsor, gratificazioni statistiche, riconferme di programmi e di carriere. “L’inestirpabilità del dolore viene esorcizzata con una meschina controfigura del medesimo: l’orrore, appunto”, dice la Bisogno.

Ecco i reality del dolore, allora: cannibalismo del lamento, grandangolo del “fattaccio” e un approssimarsi alla verità che la fa assomigliare a un intrigo, a un noir, lasciando sullo sfondo i labirinti della mente, del sociale e dell’animo umano la cui matassa intricata richiederebbe saperi e sensibilità troppo specifici, e il cui pudico silenzio non sazierebbe il ventre vojeuristico di chi paga e assiste per godere.

Ma in questa cosiddetta “televisione del dolore” che mette quotidianamente sulla tavola dei carnivori separazioni, afflizioni, precipizi familiari e individuali, saremo all’altezza di questa bellissima frase di Michelstaedter: “Le grida delle persone arrabbiate sono il cigolìo di tutte le commessure della macchina sociale che non ha trovato ancora il suo giusto punto”? Riusciamo (o riusciremo) a coniugare questo tele-manierismo della solidarietà con la tenacia della lotta e la voglia reale di un miglioramento generale ?

L’impresa sembra davvero improba, e molto di là da venire. Ottimi gli spunti della Bisogno in cui, sulla scorta di maestri dell’antropologia contemporanea come Boltanski e Ricoeur, si ricorda che non possiamo fare a meno di racconti, di fiction, ma che l’immagine deve spalancarsi sì, ma anche ritrarsi, esprimere e collassare, “mettere in presenza” e testimoniare la sua inadeguatezza, perché solo così ritrova una trama etico-politica profonda che dice l’angustia dello stare al mondo e della finitezza umana.

Riferendosi alla mamma di Sarah Scazzi che si accorse della morte della figlia in collegamento con la Sciarelli e “Chi l’ha visto”, la Bisogno con un ragguardevole scandaglio introspettivo parla di “una moviola infinita dell’indecenza: le rughe, i capelli, le labbra, gli occhi asciutti, una specie di autopsia in diretta, un furto d’anima, uno squartamento interiore, il feroce avvilimento della maternità”. Che questi codardi scuoiatori di cuori, col sorriso benevolo del boia, vengano bloccati una volta per tutte da un minimo rigurgito di deontologia e di ripugnanza di noi tutti.

Anna Bisogno “La TV invadente” (Carocci, pagg. 111, euro 13)